La coerenza è davvero un bene raro
di Massimo Mezzetti*
Paolo Nerozzi, candidato per il Partito Democratico nella stessa regione in cui il Pd presenta come capolista il presidente di federmeccanica, fautore dell'abolizione dell'articolo 18 e grande sostenitore della legge 30, ha accusato La Sinistra - l’Arcobaleno di non occuparsi dei lavoratori.
Ci saremmo aspettati almeno la dignità del silenzio. La posizione di Nerozzi è imbarazzante. Si trova ad essere candidato in un partito che ha attaccato sino all'altro ieri per le sue posizioni di equidistanza tra lavoro e impresa. Vorrei chiedere da giorni a Paolo cosa sia cambiato da allora, a parte la certezza del suo posto nel prossimo parlamento.
Le liste de La Sinistra – l’Arcobaleno vedono la presenza di centinaia di lavoratori e lavoratrici, molti precari, giovani e non. La differenza fra noi e il PD è che i nostri candidati non sono usati come “madonne pellegrine” da portare in giro e mostrare come trofei di caccia. Forse perchè non abbiamo bisogno di foglie di fico per coprire la selva di candidati espressione delle peggiori logiche confindustriali. Nerozzi ha bisogno di urlare per denunciare quello che, impropriamente, definisce uno “scandalo”. Si sa, i vasi vuoti sono quelli che fanno più rumore. A corto di argomenti per giustificare le sue rocambolesche giravolte ha bisogno di attaccare i suoi compagni di un tempo. Un classico degli “ex”.
Il nostro ex sindacalista si compiace di come Veltroni sappia mantenere le promesse. Verso di lui, sicuramente. Verso il mondo del lavoro, e soprattutto verso quella Cgil che è palesemente preoccupata dalle posizioni del Pd su lavoro e impresa, no di certo.
Ricordo quando Nerozzi, su “Aprileonline” del 3 dicembre del 2007, tuonava contro le notizie pubblicate da Liberazione e Manifesto rispetto alla "rottura" tra lui e Sinistra Democratica: "sono solo falsità!".
"E' incredibile, quante bugie vengono mese in giro”, insisteva Nerozzi, “….Le forze politiche si costruiscono su valori, sulle pratiche e sui comportamenti. Questo dovrebbe valere se si vuole veramente costruire una sinistra senza aggettivi. ….Guarda – proseguiva Nerozzi - cito il Vangelo: nei fatti si verificherà la verità! Il problema è che quando non si è d'accordo con una persona la si demonizza, è un vecchio metodo che appartiene al secolo scorso e che ha procurato tanti danni al movimento operaio. Partire così, non è certo il miglior sintomo per dar vita ad una cosa nuova”.
Alla domanda: dove andrebbe, allora Nerozzi? Lo stesso Nerozzi rispondeva: “in Cgil. I sindacalisti fanno i sindacalisti …… proprio in una rappresentanza politica dilaniata del lavoro si può fare politica facendo anche "solo" il sindacalista. E' una concezione terzointernazionalista quella che ci si debba "accasare" per forza. La politica si fa anche attraverso forme diverse”.
E’ proprio vero quello che affermava un saggio letterato francese del ‘700: è più facile dire continuamente cose nuove piuttosto che essere coerenti con quelle precedentemente dette.
*Consigliere Regionale e Coordinatore SD Emilia-Romagna
sabato 8 marzo 2008
giovedì 6 marzo 2008
intervento di Samuele Mascarini
Se uno sogna insieme a molti altri è la nuova realtà che comincia
In questo intenso e complesso avvio di campagna elettorale - che vede nel nostro Paese la Sinistra impegnata non solo ad affermare le sue ragioni ma anche a ripensare e a ridefinire in termini plurali ma unitari la sua funzione - si avverte sempre piu’ una domanda provenire dalle giovani generazioni: una domanda non tanto e non solo di partecipazione ma soprattutto di senso, che interroga la politica e in particolare proprio la Sinistra Arcobaleno.
Oggi più che mai infatti le ragazze e i ragazzi ci chiedono un luogo, uno spazio politico che dia risposte a quella loro profonda inquietudine, a quella loro voglia di non arrendersi, di non cedere all’idea di vivere in un Paese vecchio corrotto ed egoista, incapace di pensare il futuro, incapace di riconoscere il merito e i talenti, incapace di impedire che un giovane operaio ogni giorno perda la vita per guadagnare non più di 1000 euro al mese. C’è un enorme domanda di politica, c’è voglia di combattere, di esserci, di impegnarsi.
In questo senso noi non possiamo dimenticare che la nostra generazione vive e conosce una dimensione immensamente più grande di relazioni e di consapevolezza di quello che accade nel mondo: la lotta per la pace, il bisogno di giustizia sociale, le grandi questioni sollevate dai mutamenti climatici, il libero accesso al sapere, la lotta contro il razzismo, la richiesta di nuovi diritti civili e sociali, il sogno di costruire una società più giusta: questi sono obiettivi e passioni che una significativa parte della nostra generazione persegue e conosce e sui cui determina le proprie scelte politiche.
Ora la Sinistra deve dare voce e strumenti a chi fino ad oggi si è organizzato da solo o con la propria associazione o con un gruppo di amici e compagni a scuola o all’università, nella periferia metropolitana o nel paese di provincia: perché la politica e la stessa Sinistra sono più larghe e più grandi di questa o quella organizzazione, di questo o quel singolo partito. E questa è una consapevolezza che non ci deve abbandonare, soprattutto oggi nel momento in cui tanti invece vorrebbero ridurre e relegare la presenza della Sinistra nel nostro Paese a mera testimonianza.
Se noi vogliamo essere davvero il luogo in cui questa generazione può costruire una politica e una Sinistra nuove dobbiamo allora fare ogni sforzo - anche in questa campagna elettorale - per colmare quell’enorme divario che si avverte a mille chilometri di distanza fra la politica melmosa dei giochi di potere e la nostra capacità di cambiare davvero le cose, di essere parte di una grande sfida collettiva, fatta di tante e diverse storie.
La politica infatti soffre oggi di una grave forma di delegittimazione e distacco che tocca anche le giovani generazioni, ma questa sfiducia, questo scollamento, questa atomizzazione della società, non si argina di certo facendo finta di nulla, giocando con gli slogan o peggio perseguendo l’imitazione dei modelli populisti della destra, solo in “salsa democratica”. Una politica che invece dovrebbe essere chiamata a combattere nuove e pericolosissime forme di alienazione e solitudine: la solitudine dei giovani precari, la solitudine dei giovani migranti, la solitudine delle grandi periferie urbane, la solitudine che nasce dall’impossibilità di accedere al sapere, alle opportunità di una società della conoscenza in cui chi non può viaggiare, non può studiare, non può collegarsi alla rete vive una condizione di debolezza e chiusura amplificate oltre ogni immaginazione.
Per questo – a partire dalla campagna elettorale che giorno per giorno stiamo affrontando - la nostra deve essere una politica del fare, capace di costruire e diffondere cultura e consapevolezza, capace di organizzare mobilitazione e battaglie, capace di trasmettere passione e speranza. È evidente in tal senso che di fronte a noi si delinea una grande sfida per l’egemonia, per dare il segno alla strada che dovrà portare alla rinascita della politica: una sfida che solo una Sinistra unitaria e plurale al tempo stesso può comprendere e tentare di vincere. Infatti dopo la sfiducia e il distacco viene un tempo in cui alle giovani generazioni va offerto un pensiero, una visione del mondo, un’idea di società, un progetto nel contempo individuale e collettivo per costruire il futuro: quel tempo è oggi e a farlo deve essere, con grande generosità, la Sinistra Arcobaleno. Sapendo che l’alternativa sarebbe l’Italietta triste e squallida dei ricchi potenti e cafoni, dei ladri celebrati come eroi purchè rubino evadendo le tasse, dei fascisti in doppio petto.
Tra le giovani generazioni si gioca quindi una battaglia decisiva, che possiamo e dobbiamo vincere.
Oggi più che mai tornano alla mente poche eppure importanti parole che, da Porto Alegre in poi, hanno accompagnato in questi anni di passioni e speranze tante e tanti di noi, parole che nella loro semplicità dicono esattamente tutto quello che sentiamo e tutto quello che dobbiamo fare: “Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se uno sogna insieme a molti altri, è la nuova realtà che comincia”.
In questo intenso e complesso avvio di campagna elettorale - che vede nel nostro Paese la Sinistra impegnata non solo ad affermare le sue ragioni ma anche a ripensare e a ridefinire in termini plurali ma unitari la sua funzione - si avverte sempre piu’ una domanda provenire dalle giovani generazioni: una domanda non tanto e non solo di partecipazione ma soprattutto di senso, che interroga la politica e in particolare proprio la Sinistra Arcobaleno.
Oggi più che mai infatti le ragazze e i ragazzi ci chiedono un luogo, uno spazio politico che dia risposte a quella loro profonda inquietudine, a quella loro voglia di non arrendersi, di non cedere all’idea di vivere in un Paese vecchio corrotto ed egoista, incapace di pensare il futuro, incapace di riconoscere il merito e i talenti, incapace di impedire che un giovane operaio ogni giorno perda la vita per guadagnare non più di 1000 euro al mese. C’è un enorme domanda di politica, c’è voglia di combattere, di esserci, di impegnarsi.
In questo senso noi non possiamo dimenticare che la nostra generazione vive e conosce una dimensione immensamente più grande di relazioni e di consapevolezza di quello che accade nel mondo: la lotta per la pace, il bisogno di giustizia sociale, le grandi questioni sollevate dai mutamenti climatici, il libero accesso al sapere, la lotta contro il razzismo, la richiesta di nuovi diritti civili e sociali, il sogno di costruire una società più giusta: questi sono obiettivi e passioni che una significativa parte della nostra generazione persegue e conosce e sui cui determina le proprie scelte politiche.
Ora la Sinistra deve dare voce e strumenti a chi fino ad oggi si è organizzato da solo o con la propria associazione o con un gruppo di amici e compagni a scuola o all’università, nella periferia metropolitana o nel paese di provincia: perché la politica e la stessa Sinistra sono più larghe e più grandi di questa o quella organizzazione, di questo o quel singolo partito. E questa è una consapevolezza che non ci deve abbandonare, soprattutto oggi nel momento in cui tanti invece vorrebbero ridurre e relegare la presenza della Sinistra nel nostro Paese a mera testimonianza.
Se noi vogliamo essere davvero il luogo in cui questa generazione può costruire una politica e una Sinistra nuove dobbiamo allora fare ogni sforzo - anche in questa campagna elettorale - per colmare quell’enorme divario che si avverte a mille chilometri di distanza fra la politica melmosa dei giochi di potere e la nostra capacità di cambiare davvero le cose, di essere parte di una grande sfida collettiva, fatta di tante e diverse storie.
La politica infatti soffre oggi di una grave forma di delegittimazione e distacco che tocca anche le giovani generazioni, ma questa sfiducia, questo scollamento, questa atomizzazione della società, non si argina di certo facendo finta di nulla, giocando con gli slogan o peggio perseguendo l’imitazione dei modelli populisti della destra, solo in “salsa democratica”. Una politica che invece dovrebbe essere chiamata a combattere nuove e pericolosissime forme di alienazione e solitudine: la solitudine dei giovani precari, la solitudine dei giovani migranti, la solitudine delle grandi periferie urbane, la solitudine che nasce dall’impossibilità di accedere al sapere, alle opportunità di una società della conoscenza in cui chi non può viaggiare, non può studiare, non può collegarsi alla rete vive una condizione di debolezza e chiusura amplificate oltre ogni immaginazione.
Per questo – a partire dalla campagna elettorale che giorno per giorno stiamo affrontando - la nostra deve essere una politica del fare, capace di costruire e diffondere cultura e consapevolezza, capace di organizzare mobilitazione e battaglie, capace di trasmettere passione e speranza. È evidente in tal senso che di fronte a noi si delinea una grande sfida per l’egemonia, per dare il segno alla strada che dovrà portare alla rinascita della politica: una sfida che solo una Sinistra unitaria e plurale al tempo stesso può comprendere e tentare di vincere. Infatti dopo la sfiducia e il distacco viene un tempo in cui alle giovani generazioni va offerto un pensiero, una visione del mondo, un’idea di società, un progetto nel contempo individuale e collettivo per costruire il futuro: quel tempo è oggi e a farlo deve essere, con grande generosità, la Sinistra Arcobaleno. Sapendo che l’alternativa sarebbe l’Italietta triste e squallida dei ricchi potenti e cafoni, dei ladri celebrati come eroi purchè rubino evadendo le tasse, dei fascisti in doppio petto.
Tra le giovani generazioni si gioca quindi una battaglia decisiva, che possiamo e dobbiamo vincere.
Oggi più che mai tornano alla mente poche eppure importanti parole che, da Porto Alegre in poi, hanno accompagnato in questi anni di passioni e speranze tante e tanti di noi, parole che nella loro semplicità dicono esattamente tutto quello che sentiamo e tutto quello che dobbiamo fare: “Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se uno sogna insieme a molti altri, è la nuova realtà che comincia”.
mercoledì 5 marzo 2008
intervista a Gianni Rinaldini
Intervista di Roberto Giovaninni (“La Stampa” 02 marzo) a Gianni Rinaldini, segretario FIOM-CGIL
“Waltr esagera, crede di essere in America”
D- Rinaldini, che ne pensa della candidatura di Massimo Caleano nelle liste del PD? È una sorpresa?
R- Sorpreso? No. Intanto gli faccio i miei auguri. Detto questo, se dovessi dire che non me l’aspettavo, direi una cosa non vera. Penso piuttosto che la scelta del Pd – che non casualmente si chiama così – di candidare un esponente così importante di Confindustria, è una scelta esplicita di porsi su un terreno interclassista e far proprio l’orizzonte del mercato.
D- Scelta che si direbbe, non gradisce.
R- Mi pare che quello di Veltroni sia il tentativo di chiudere una volta per tutte una storia europea, che si è caratterizzata per la presenza della Sinistra, nelle sue diverse articolazioni. E proporre un modello americano in cui la sinistra non c’è e non è prevista. Il leader del Pd lo afferma in ogni occasione.
D- E Calearo, in questo disegno?
R- Detto che con lui ho sempre avuto rapporti corretti, mi pare che candidare un personaggio come il presidente degli industriali metalmeccanici sia una scelta politica molto forte, e molto chiara. Forse, un’esagerazione, se posso sommessamente permettermi. Per quello che rappresenta Federmeccanica e i suoi presidenti nella storia del paese. È però una scelta coerente con il programma del Pd, con le cose che dice Veltroni. Per questo non mi sorprende né la candidatura di Ichino né quella di Calearo. Mi sorprende semmai chi fa finta di non capire, chi ancora oggi afferma che il Pd sia un partito della sinistra.
D- E per il sindacato, cosa significa?
R- Si imporrà una discussione, in Cgil, credo. Il tentativo di ridisegnare – senza la sinistra – la geografia politica del paese consegna alla Cgil una situazione inedita nella storia. Qualcuno potrebbe avere la tentazione di forzare un’unità sindacale derivata dalla politica, a 60 anni dalla scissione sindacale del 1948.
D- E lei, Rinaldini? Voterà per il Pd di Calearo?
R- Io non ho partecipato al congresso dei DS, era già tutto scontato, esito compreso, già deciso. Personalmente faccio parte di associazioni come “Uniti a Sinistra” che sollecitano la costruzione di un soggetto della sinistra in questo paese, e dunque guardo con simpatia alla Sinistra Arcobaleno. Ma secondo me è necessaria una cosa “nuova”, come è avvenuto con la nascita di “Die Linke” in Germania.
“Waltr esagera, crede di essere in America”
D- Rinaldini, che ne pensa della candidatura di Massimo Caleano nelle liste del PD? È una sorpresa?
R- Sorpreso? No. Intanto gli faccio i miei auguri. Detto questo, se dovessi dire che non me l’aspettavo, direi una cosa non vera. Penso piuttosto che la scelta del Pd – che non casualmente si chiama così – di candidare un esponente così importante di Confindustria, è una scelta esplicita di porsi su un terreno interclassista e far proprio l’orizzonte del mercato.
D- Scelta che si direbbe, non gradisce.
R- Mi pare che quello di Veltroni sia il tentativo di chiudere una volta per tutte una storia europea, che si è caratterizzata per la presenza della Sinistra, nelle sue diverse articolazioni. E proporre un modello americano in cui la sinistra non c’è e non è prevista. Il leader del Pd lo afferma in ogni occasione.
D- E Calearo, in questo disegno?
R- Detto che con lui ho sempre avuto rapporti corretti, mi pare che candidare un personaggio come il presidente degli industriali metalmeccanici sia una scelta politica molto forte, e molto chiara. Forse, un’esagerazione, se posso sommessamente permettermi. Per quello che rappresenta Federmeccanica e i suoi presidenti nella storia del paese. È però una scelta coerente con il programma del Pd, con le cose che dice Veltroni. Per questo non mi sorprende né la candidatura di Ichino né quella di Calearo. Mi sorprende semmai chi fa finta di non capire, chi ancora oggi afferma che il Pd sia un partito della sinistra.
D- E per il sindacato, cosa significa?
R- Si imporrà una discussione, in Cgil, credo. Il tentativo di ridisegnare – senza la sinistra – la geografia politica del paese consegna alla Cgil una situazione inedita nella storia. Qualcuno potrebbe avere la tentazione di forzare un’unità sindacale derivata dalla politica, a 60 anni dalla scissione sindacale del 1948.
D- E lei, Rinaldini? Voterà per il Pd di Calearo?
R- Io non ho partecipato al congresso dei DS, era già tutto scontato, esito compreso, già deciso. Personalmente faccio parte di associazioni come “Uniti a Sinistra” che sollecitano la costruzione di un soggetto della sinistra in questo paese, e dunque guardo con simpatia alla Sinistra Arcobaleno. Ma secondo me è necessaria una cosa “nuova”, come è avvenuto con la nascita di “Die Linke” in Germania.
sabato 1 marzo 2008
Salviamola noi, subito, la pace in Palestina
Salviamola noi, subito, la pace in Palestina
Ali Rashid
dal "Manifesto" del 29 febbraio
Tra incursioni dei carri armati e bombardamenti aerei continua da mesi l'offensiva militare israeliana nei territori occupati palestinesi. Il bilancio delle vittime è molto alto, solo negli ultimi due giorni sono caduti nella Striscia di Gaza 27 palestinesi, di cui molti civili, compresi 9 bambini, una di loro di appena cinque mesi. Il numero dei feriti sarebbe il triplo. Mentre sto scrivendo, Al Jazeera parla di un nuovo raid aereo con altre vittime.
Il premier israeliano Olmert minaccia di intensificare gli attacchi come rappresaglia ai lanci dei missili artigianali Qassam da parte di Hamas contro le cittadine israeliane prossime alla Striscia, sottolineando che «nessuno di Hamas, dal più grande al più piccolo, può considerarsi al sicuro». Un missile, infatti, ha sfiorato l'ufficio di Haniyeh, già primo ministro del governo d'unità nazionale.
Nei prossimi giorni, nonostante che settori della società israeliana parlino di «trattare anche con Hamas», assisteremo ad un ulteriore salto qualitativo nelle operazione militari israeliane e non solo contro la Striscia di Gaza. Eventualità che ha indotto Hussein di Giordania a recarsi negli Stati Uniti per parlare del processo di pace con Bush. Di fronte alla morte quotidiana seminata dall'esercito israeliano, con Hamas si sono schierate le altre organizzazioni palestinesi, compreso il braccio militare di Al Fatah. Cosa che rende ancora più difficile la posizione di Abu Mazen che ha condannato più di una volta il lancio dei Qassam da parte di Hamas chiedendone l'immediata cessazione per non fornire a Olmert e al ministro della difesa Barak un pretesto per disimpegnarsi dalle dichiarazioni, assai vaghe, della conferenza di Annapolis. Di più c'è da dire che Olmert ha il bisogno politico di far dimenticare la sconfitta militare subita da Hezbollah nel 2006 in Libano. Si apre una fase delicata che potrebbe allungare la vita del governo Olmert e offrire a Barak la possibilità di presentarsi come l'uomo forte, in grado di risolvere militarmente tutti i problemi d'Israele, come del resto è sempre avvenuto in passato.
La repressione militare non ha risparmiato altre zone come Nablus nel nord della Cisgiordania, dove da mesi non s'erano registrate attività militari dei palestinesi. Addirittura ieri ci sono state altre quattro vittime tra i palestinesi, uccisi a sangue freddo da una pattuglia di soldati israeliani mimetizzati da arabi com'è accaduto spesso nell'Intifada. I caduti fanno parte di Al Fatah, si tratta di giovani che hanno aderito al piano di Abu Mazen e che si erano dissociati dalla resistenza armata. Un atto che viene letto come un schiaffo al presidente palestinese e un ulteriore sfregio alla sua credibilità .
Hamas proprio a partire dal ruolo che gioca come unica forza che ha il controllo di Gaza, avrebbe dovuto essere più responsabile e fare in modo di risparmiare ogni nuova sofferenza inutile al suo popolo. Nella Striscia sotto assedio da lunghi mesi ormai scarseggia tutto. Mancano i medicinali, il cibo, quella poca acqua che c'è non è potabile, manca il carburante e tutti i generi di prima necessità. Per rappresaglia, l'esercito Israeliano ha distrutto tre anni fa la centrale elettrica mettendo a rischio il funzionamento di tutto, dagli ospedali alle centrali di smaltimento dei rifiuti che ormai dipendono dalle forniture di Israele. Gaza ormai è una grande prigione a cielo aperto. Un grande campo di concentramento controllata «al microscopio», giorno e notte, attraverso satelliti e aerei spia. Ad Israele non sfugge nulla e nessuno, e fa delle punizioni collettive a largo o intenso spettro un uso sistematico, senza che nessuno intervenga o dica nulla. Dov'è l'Europa? E dove l'Italia? Nel silenzio della comunità internazionale i palestinesi - e non solo loro - avvertono una grave complicità. A differenza di quanto avviene qui, in quel mondo non molto lontano, in Medio Oriente, centinaia di milioni di persone vedono in diretta attraverso le tv satellitari non uno «spettacolo» ma una sofferenza ormai fuori dalla soglia della narrabilità. Queste immagini quotidiane, che è certo non aiutano il senso d'equilibrio, parlano invece del silenzio e dell'omertà che circondano questa tragedia. Tantopiù che la ferita sempre aperta della Palestina rappresenta il cuore delle altre crisi internazionali, delle altre guerre e missioni militari che l'Occidente conduce - in Iraq, in Afghanistan, in Libano - dopo l'11 settembre.
Si vuole azzerare ogni possibilità di pace? Perché ieri i missili intelligenti dell'aviazione israeliana hanno colpito la clinica Medical Relief, distruggendone anche l'unica ambulanza. Si tratta di una clinica costruita anche grazie ad una campagna di solidarietà sostenuta da il manifesto e promossa dall'Associazione Gazzella, fondata dalla nostra amica Marina Rossanda e da Giancarlo Lannutti. Due compagni dei quali davvero sentiamo tutto il peso della scomparsa per la loro passione per la pace in Palestina. In questi giorni di campagna elettorale dove la questione della pace e della guerra è incredibilmente scomparsa dai programmi dei grandi come dei piccoli partiti. Eppure anche la tragedia della Palestina come la guerra in generale sono diventati il costante strumento politico nel governo del mondo che abbiamo ereditato. Queste crisi dovrebbero ricordarci quanto sia necessaria una forte affermazione della sinistra. E insieme ricordare alla sinistra che l'impegno contro la guerra non è un lusso o un belletto dei programmi, ma un asse costante e rigoroso. Perché allora non apriamo una sottoscrizione in piena campagna elettorale per ricostruire la clinica Medical Relief e riacquistare l'ambulanza distrutta. Così, almeno, la pace contro la guerra potrebbe tornare ad essere utile anche alla nostra campagna elettorale.
Ali Rashid
dal "Manifesto" del 29 febbraio
Tra incursioni dei carri armati e bombardamenti aerei continua da mesi l'offensiva militare israeliana nei territori occupati palestinesi. Il bilancio delle vittime è molto alto, solo negli ultimi due giorni sono caduti nella Striscia di Gaza 27 palestinesi, di cui molti civili, compresi 9 bambini, una di loro di appena cinque mesi. Il numero dei feriti sarebbe il triplo. Mentre sto scrivendo, Al Jazeera parla di un nuovo raid aereo con altre vittime.
Il premier israeliano Olmert minaccia di intensificare gli attacchi come rappresaglia ai lanci dei missili artigianali Qassam da parte di Hamas contro le cittadine israeliane prossime alla Striscia, sottolineando che «nessuno di Hamas, dal più grande al più piccolo, può considerarsi al sicuro». Un missile, infatti, ha sfiorato l'ufficio di Haniyeh, già primo ministro del governo d'unità nazionale.
Nei prossimi giorni, nonostante che settori della società israeliana parlino di «trattare anche con Hamas», assisteremo ad un ulteriore salto qualitativo nelle operazione militari israeliane e non solo contro la Striscia di Gaza. Eventualità che ha indotto Hussein di Giordania a recarsi negli Stati Uniti per parlare del processo di pace con Bush. Di fronte alla morte quotidiana seminata dall'esercito israeliano, con Hamas si sono schierate le altre organizzazioni palestinesi, compreso il braccio militare di Al Fatah. Cosa che rende ancora più difficile la posizione di Abu Mazen che ha condannato più di una volta il lancio dei Qassam da parte di Hamas chiedendone l'immediata cessazione per non fornire a Olmert e al ministro della difesa Barak un pretesto per disimpegnarsi dalle dichiarazioni, assai vaghe, della conferenza di Annapolis. Di più c'è da dire che Olmert ha il bisogno politico di far dimenticare la sconfitta militare subita da Hezbollah nel 2006 in Libano. Si apre una fase delicata che potrebbe allungare la vita del governo Olmert e offrire a Barak la possibilità di presentarsi come l'uomo forte, in grado di risolvere militarmente tutti i problemi d'Israele, come del resto è sempre avvenuto in passato.
La repressione militare non ha risparmiato altre zone come Nablus nel nord della Cisgiordania, dove da mesi non s'erano registrate attività militari dei palestinesi. Addirittura ieri ci sono state altre quattro vittime tra i palestinesi, uccisi a sangue freddo da una pattuglia di soldati israeliani mimetizzati da arabi com'è accaduto spesso nell'Intifada. I caduti fanno parte di Al Fatah, si tratta di giovani che hanno aderito al piano di Abu Mazen e che si erano dissociati dalla resistenza armata. Un atto che viene letto come un schiaffo al presidente palestinese e un ulteriore sfregio alla sua credibilità .
Hamas proprio a partire dal ruolo che gioca come unica forza che ha il controllo di Gaza, avrebbe dovuto essere più responsabile e fare in modo di risparmiare ogni nuova sofferenza inutile al suo popolo. Nella Striscia sotto assedio da lunghi mesi ormai scarseggia tutto. Mancano i medicinali, il cibo, quella poca acqua che c'è non è potabile, manca il carburante e tutti i generi di prima necessità. Per rappresaglia, l'esercito Israeliano ha distrutto tre anni fa la centrale elettrica mettendo a rischio il funzionamento di tutto, dagli ospedali alle centrali di smaltimento dei rifiuti che ormai dipendono dalle forniture di Israele. Gaza ormai è una grande prigione a cielo aperto. Un grande campo di concentramento controllata «al microscopio», giorno e notte, attraverso satelliti e aerei spia. Ad Israele non sfugge nulla e nessuno, e fa delle punizioni collettive a largo o intenso spettro un uso sistematico, senza che nessuno intervenga o dica nulla. Dov'è l'Europa? E dove l'Italia? Nel silenzio della comunità internazionale i palestinesi - e non solo loro - avvertono una grave complicità. A differenza di quanto avviene qui, in quel mondo non molto lontano, in Medio Oriente, centinaia di milioni di persone vedono in diretta attraverso le tv satellitari non uno «spettacolo» ma una sofferenza ormai fuori dalla soglia della narrabilità. Queste immagini quotidiane, che è certo non aiutano il senso d'equilibrio, parlano invece del silenzio e dell'omertà che circondano questa tragedia. Tantopiù che la ferita sempre aperta della Palestina rappresenta il cuore delle altre crisi internazionali, delle altre guerre e missioni militari che l'Occidente conduce - in Iraq, in Afghanistan, in Libano - dopo l'11 settembre.
Si vuole azzerare ogni possibilità di pace? Perché ieri i missili intelligenti dell'aviazione israeliana hanno colpito la clinica Medical Relief, distruggendone anche l'unica ambulanza. Si tratta di una clinica costruita anche grazie ad una campagna di solidarietà sostenuta da il manifesto e promossa dall'Associazione Gazzella, fondata dalla nostra amica Marina Rossanda e da Giancarlo Lannutti. Due compagni dei quali davvero sentiamo tutto il peso della scomparsa per la loro passione per la pace in Palestina. In questi giorni di campagna elettorale dove la questione della pace e della guerra è incredibilmente scomparsa dai programmi dei grandi come dei piccoli partiti. Eppure anche la tragedia della Palestina come la guerra in generale sono diventati il costante strumento politico nel governo del mondo che abbiamo ereditato. Queste crisi dovrebbero ricordarci quanto sia necessaria una forte affermazione della sinistra. E insieme ricordare alla sinistra che l'impegno contro la guerra non è un lusso o un belletto dei programmi, ma un asse costante e rigoroso. Perché allora non apriamo una sottoscrizione in piena campagna elettorale per ricostruire la clinica Medical Relief e riacquistare l'ambulanza distrutta. Così, almeno, la pace contro la guerra potrebbe tornare ad essere utile anche alla nostra campagna elettorale.
venerdì 29 febbraio 2008
chi vota per la Sinistra

28 Febbraio 2008
In crescita
autore: Verdi > Notizie
Se si votasse oggi, la Sinistra Arcobaleno che candida Fausto Bertinotti premier avrebbe tra il 7 e il 9% dei voti degli elettori italiani, ma il suo potenziale elettorale può arrivare fino al 15%.
E' il risultato di un sondaggio Ipr Marketing per Sky Tg 24. Il problema principale di Sinistra Arcobaleno, rileva il sondaggio, è che meno della metà degli elettori sa quali sono i partiti che compongono la nuova formazione che si presenta alle elezioni con Bertinotti candidato premier.
Il 48% del campione sa che c'è Rifondazione, il 43% i Comunisti Italiani, il 38% i Verdi, e solo il 20% sa che c'è anche Sinistra democratica. Tra coloro che sicuramente voteranno Sinistra Arcobaleno, secondo il sondaggio Ipr, il 17% si definisce ex elettore dell'Ulivo nel 2006.
Quanto al profilo degli elettori di Sinistra Arcobaleno, si tratta in maggioranza di donne (57%), tra i 35 e i 54 anni (52%), e con un titolo di studio superiore (53%). Il sondaggio è stato eseguito per conto di Sky Tg24 da Ipr Marketing nel giorno 28 febbraio 2008 con Panel Telematico in tempo reale, su un campione di mille casi, disaggregati per sesso, età ed area di residenza.
giovedì 28 febbraio 2008
IL PROGRAMMA

1. Dignità e diritti nel lavoro: la sicurezza
Ogni giorno in Italia muoiono in media 4 persone mentre lavorano. Grazie a una legge voluta dal Governo Berlusconi si può lavorare anche 13 o 14 ore al giorno e spesso per lavorare occorre rinunciare ai propri diritti. Siamo arrivati al paradosso che il lavoro è pagato a prezzi orientali e le merci così prodotte vengono vendute a prezzi occidentali.
La Sinistra l’Arcobaleno propone: una legge che fissi la durata massima del lavoro giornaliero in 8 ore e in 2 ore la durata massima degli straordinari; l’immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro e quindi più controlli e più certezza e severità delle pene per le imprese che trasgrediscono le norme.
2. Dignità e diritti nel lavoro: lotta alla precarietà
I lavoratori e le lavoratrici precarie nel nostro Paese sono oltre 4 milioni. È precarietà di vita, non solo di lavoro. La Sinistra l’Arcobaleno propone di superare la legge 30 e di affermare il contratto a tempo pieno e indeterminato come forma ordinaria del rapporto di lavoro; di rafforzare la tutela dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati; di cancellare dall’ordinamento le forme di lavoro co.co.co, co.co.pro e le false partite IVA.
3. Dignità e diritti nel lavoro: salari, fisco e redistribuzione del reddito
Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito prodotto nel Paese, nel 1972 era il 59,2%. Oggi la quota dei redditi da lavoro dipendente è ulteriormente diminuita. Secondo i dati della Banca d’Italia, dal 2000 al 2006 prezzi e tariffe sono notevolmente aumentati e i salari sono rimasti invariati. La Sinistra l’Arcobaleno vuole fissare per legge il salario orario minimo per garantire una retribuzione mensile netta di almeno 1000 euro; propone un meccanismo di recupero automatico annuale dell’inflazione reale; propone di elevare le detrazioni fiscali per i lavoratori dipendenti. La Sinistra l’Arcobaleno vuole introdurre, come avviene in tutta Europa, un reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo, costituito da erogazioni monetarie e da un pacchetto di beni e servizi. La Sinistra l’Arcobaleno propone di diminuire il prelievo fiscale per i redditi più bassi portandoli dal 23 al 20%, contemporaneamente di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20%, di redistribuire il reddito ai lavoratori e alle lavoratrici attuando immediatamente quanto previsto dalla Finanziaria di quest’anno, che destina loro tutto l’extragettito maturato.
4. Laicità: lo spazio di libertà per tutti
Nei Paesi europei più avanzati, e non solo in Europa, i fondamentali diritti della persona sono tutelati e garantiti da una legislazione che ne salvaguarda la sfera personale, nel rispetto della libertà di scelta di ciascuna e di ciascuno. Da noi non è così. La Sinistra l’Arcobaleno afferma l’uguaglianza sostanziale dei diritti delle persone omosessuali e propone il riconoscimento pubblico delle unioni civili. La Sinistra l’Arcobaleno ritiene che ognuna e ognuno abbia il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita e propone una legge sul testamento biologico.
5. Libertà e autodeterminazione femminile
Nemmeno negli anni ’70 l’attacco alla libertà delle donne è stato tanto feroce; addirittura c’è chi propone una moratoria contro l’aborto chiamando “assassine” le donne. La Sinistra l’Arcobaleno propone interventi affinché la legge 194 sia applicata estendendo in tutto il Paese la rete dei consultori e introducendo in via definitiva la pillola RU 486 come tecnica non chirurgica di intervento che può essere scelta dalle donne; una nuova legge sulla fecondazione assistita per eliminare gli ingiusti divieti della legge 40, lesivi della libertà di scelta delle donne e del diritto costituzionale alla tutela della salute; una norma che persegua tutte le forme di discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
6. La pace, il disarmo
L’Italia è al 32° posto per la ricerca scientifica e al 7° posto nella classifica mondiale delle spese in armamenti. Con i soldi spesi per comprare un solo caccia Euro Fighter si potrebbero costruire 100 asili. La Sinistra l’Arcobaleno ritiene che vada pienamente attuato l’art. 11 della Costituzione. L’Italia non deve più partecipare a missioni al di fuori del comando politico e militare delle Nazioni Unite. Vanno tagliate le spese per gli armamenti ed avviata la riconversione dell’industria bellica applicando la legge 185. Vogliamo una legge per la messa al bando delle armi nucleari dal nostro Paese. Siamo contrari alla costruzione della nuova base militare a Vicenza ed è necessaria una Conferenza nazionale sulle servitù militari per rimettere in discussione tutte le basi della guerra preventiva presenti sul nostro territorio. Serve una nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo.
7. Proteggere il pianeta: un Patto per il clima
Contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici è fondamentale per garantire una speranza di futuro all’umanità: senza adeguate misure ci saranno rischi certi per la salute e l’ambiente. La Sinistra l’Arcobaleno rifiuta il nucleare e propone che entro il 2020 si superi il 20% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili e che le emissioni siano ridotte del 20%; un grande investimento pubblico in pannelli solari su tutti i tetti delle case e degli edifici pubblici. L’acqua è un bene comune e come tale deve essere pubblico. La Sinistra l’Arcobaleno propone la ripubblicizzazione dei servizi idrici, una legge quadro sul governo del suolo e l’inasprimento delle pene contro i reati ambientali e le ecomafie.
8. Le “Grandi Opere” di cui il Paese ha bisogno
Sono necessari grandi investimenti per una diversa qualità dello sviluppo e una buona occupazione. Queste sono le nostre “Grandi Opere”: messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico e da quello idrogeologico; investimenti per migliorare i servizi di trasporto per i pendolari e la mobilità nelle città con nuove metropolitane, linee tramviarie e mezzi a energia pulita. Nei prossimi 5 anni 1000 treni per i pendolari. Vanno abbandonati progetti inutili e dannosi come il Ponte sullo Stretto, il Mose a Venezia, la TAV in Val di Susa, a favore di interventi su nodi ferroviari urbani, infrastrutture ferroviarie nel Mezzogiorno e potenziamento dei valichi alpini. Investimenti sul trasporto merci su rotaia e sulle autostrade del mare. Riduzione della produzione dei rifiuti, forti investimenti nella raccolta differenziata, misure concrete per il riciclaggio, impiego delle tecnologie più moderne ed avanzate.
9. Il diritto alla salute e le politiche sociali, indice di civiltà
L’Italia destina alla spesa sociale solo il 2,7% del PIL. In Germania, ad esempio, alla spesa sociale viene destinato l’8,3%. Il fallimento e la crisi dei sistemi che hanno introdotto il mercato nella sanità sono la dimostrazione ulteriore che solo il sistema sanitario pubblico e universalistico può dare risposte al bisogno di salute. La Sinistra l’Arcobaleno propone di adeguare il fondo sanitario nazionale al livello europeo, superare definitivamente i Ticket e le liste di attesa, inserire le cure odontoiatriche nei livelli essenziali del sistema sanitario. La Sinistra l’Arcobaleno propone una legge sulla non autosufficienza finanziando un fondo nazionale per almeno 1,5 miliardi di euro, l’aumento del fondo nazionale per le politiche sociali e l’indicazione di livelli essenziali delle prestazioni per eliminare la divaricazione fra regioni ricche e povere. La Sinistra l’Arcobaleno lancia un piano di asili come cardine della rete dei servizi per le bambine e i bambini.
10. La casa è un diritto, non una merce
Dopo un ventennio di politiche di privatizzazione e deregolamentazione del mercato delle locazioni, il costo degli affitti raggiunge oggi il 50% del reddito e anche più e gli sfratti di chi non ce la fa a pagare i canoni sono diventati il 70% del totale. L’Italia spende per la politica sociale della casa un decimo dell’Europa. La Sinistra l’Arcobaleno afferma che non ci possano essere sfratti se non da casa a casa, propone un piano nazionale per l’edilizia sociale a cui destinare 1,5 miliardi di euro, che porti l’Italia al livello europeo, modificare la legge 431/98, abolendo il canale libero. Vogliamo costituire un fondo a sostegno della ricontrattazione dei mutui di chi ha acquistato la prima casa e rischia di perdere l’alloggio ed eliminare l’ICI sulla prima casa non di lusso per i redditi medio-bassi.
11. Convivenza, inclusione, cittadinanza
Gli immigrati in Italia sono quasi 4 milioni, incidono per il 6,1% sul PIL, pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse. Sono lavoratrici e lavoratori indispensabili per la nostra società, ma sono esclusi dall’accesso a molti diritti. La normativa attuale impedisce l’ingresso legale nel nostro Paese, creando clandestinità e sottoponendo donne e uomini migranti ad una condizione di sfruttamento e precarietà estrema. La Sinistra l’Arcobaleno ritiene indispensabile l’abolizione della legge Bossi-Fini, e l’approvazione di una nuova normativa che introduca l’ingresso per ricerca di lavoro, meccanismi di regolarizzazione permanente, il diritto di voto alle elezioni amministrative, la chiusura dei CPT, una legge sulla cittadinanza sulla base del principio dello jus soli.
12. Istruzione, formazione, università e ricerca: le vere risorse per il futuro
Gli iscritti e le iscritte alla scuola italiana di ogni ordine e grado sono 7.742.294, le risorse destinate all’istruzione e la formazione sono pari al 3,5% del PIL e non aumentano da molti anni. Nel nostro Paese gli investimenti in università e ricerca rappresentano l’1,1% del PIL contro l’1,87% dell’Europa a 25, il 2,7% degli USA, il 3,15% del Giappone. La Sinistra l’Arcobaleno ritiene la laicità della scuola pubblica fondamentale a partire dal rispetto rigoroso del principio che le scuole private sono libere, ma senza oneri a carico dello Stato. La Sinistra l’Arcobaleno propone la generalizzazione della scuola dell’infanzia, l’estensione del tempo pieno e prolungato, l’innalzamento dell’obbligo scolastico da fare nella scuola e da portare progressivamente a 18 anni; la valorizzazione del ruolo dell’insegnante come intellettuale educatore. La Sinistra l’Arcobaleno propone di aumentare l’investimento pubblico in alta formazione e ricerca, nel corso della prossima legislatura, per raggiungere la media dei paesi OCSE; di rinnovare il sistema università e ricerca, anche con il reclutamento di 3000 giovani ricercatori l’anno per i prossimi 5 anni; di estendere il diritto allo studio elevando a 20.000 euro il limite di reddito per aver diritto alla borsa di studio.
13. Tagliare i privilegi, difendere la democrazia
La questione dei costi della politica non può essere separata dalla condizione generale del Paese: crescono le diseguaglianze e crescono i privilegi. E crescono anche gli intrecci tra affari e politica a partire dalle regioni meridionali ma non solo. La Sinistra l’Arcobaleno propone la riduzione del numero di parlamentari e di consiglieri regionali. La retribuzione dei parlamentari italiani non deve essere superiore alla retribuzione media dei parlamentari degli altri Paesi europei. È necessaria una legge che sottragga ai partiti le nomine, nella Sanità come negli altri settori pubblici, che stabilisca criteri che le Amministrazioni devono rispettare per garantire l’interesse pubblico e i principi del merito.
14. Una informazione libera, pluralista, democratica
L’Italia in questi anni è stata messa più volte sotto accusa dall’Unione Europea per carenza di pluralismo nell’informazione. Secondo l’ultimo rapporto USA sulla libertà di stampa, il nostro Paese occupa il 61° posto. La Sinistra l’Arcobaleno propone l’abrogazione della “Legge Gasparri” e l’approvazione di una vera legge di sistema che imponga tetti antitrust e impedisca posizioni dominanti nelle comunicazioni e nell’industria culturale. È assolutamente indispensabile approvare una vera legge sul conflitto di interessi.
mercoledì 27 febbraio 2008
emendamento Sinistra sul "tesoretto"
Tesoretto per i salari, via libera del Senato all’ordine del giorno della Sinistra Arcobaleno
27 02 2008
Tesoretto per i salari, via libera del Senato
A Palazzo Madama passa lodg di Sinistra Arcobaleno. Esulta il leader dei Comunisti Italiani Diliberto
ROMA - Via libera del Senato all’ordine del giorno che impegna il governo a destinare l’extragettito (quello che risulterà dalla trimestrale di cassa) per una riduzione delle tasse sui salari per i dipendenti con i redditi più bassi. L’ordine del giorno, che era stato presentato dalla Sinistra Arcobaleno e su cui il governo ha dato parere favorevole, è stato votato anche dal Pd mentre An si è astenuta mentre Forza Italia, Udc e Lega non hanno partecipato alla votazione.
COSA PREVEDE L’ODG - L’ordine del giorno della Sinistra Arcobaleno impegna il governo ad «attuare quanto disposto dalla finanziaria, dopo aver rilevato con la trimestrale di cassa, prevista per l’inizio di marzo 2008, l’entità delle maggiori entrate tributarie». L’odg impegna, in particolare, il governo ad «emanare un provvedimento urgente con il quale predisporre una prima detrazione per i redditi da lavoro dipendente più bassi, salvo stabilire con provvedimenti successivi, e dopo l’approvazione dell’assestamento di bilancio, lo stanziamento definitivo per tale detrazione».
DILIBERTO SODDISFATTO - «Ho colto l’approvazione con grande soddisfazione. L’extragettito sarà dato alle categorie più deboli ed è arrivato nel rush finale»: così il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, ha commentato l’approvazione dell’ordine del giorno che impegna il governo a ridistribuire il tesoretto.
Fonte: Tesoretto per i salari, via libera del Senato Corriere della Sera
«ODG NON VALE NULLA» - In totale disaccordo con Diliberto il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi: «L’odg su tesoretto e salari proposto dalla sinistra radicale e subito condiviso dal Pd non vale niente perchè espresso da un Senato sciolto che pretende un atto straordinario da un governo in ordinaria amministrazione».
27 02 2008
Tesoretto per i salari, via libera del Senato
A Palazzo Madama passa lodg di Sinistra Arcobaleno. Esulta il leader dei Comunisti Italiani Diliberto
ROMA - Via libera del Senato all’ordine del giorno che impegna il governo a destinare l’extragettito (quello che risulterà dalla trimestrale di cassa) per una riduzione delle tasse sui salari per i dipendenti con i redditi più bassi. L’ordine del giorno, che era stato presentato dalla Sinistra Arcobaleno e su cui il governo ha dato parere favorevole, è stato votato anche dal Pd mentre An si è astenuta mentre Forza Italia, Udc e Lega non hanno partecipato alla votazione.
COSA PREVEDE L’ODG - L’ordine del giorno della Sinistra Arcobaleno impegna il governo ad «attuare quanto disposto dalla finanziaria, dopo aver rilevato con la trimestrale di cassa, prevista per l’inizio di marzo 2008, l’entità delle maggiori entrate tributarie». L’odg impegna, in particolare, il governo ad «emanare un provvedimento urgente con il quale predisporre una prima detrazione per i redditi da lavoro dipendente più bassi, salvo stabilire con provvedimenti successivi, e dopo l’approvazione dell’assestamento di bilancio, lo stanziamento definitivo per tale detrazione».
DILIBERTO SODDISFATTO - «Ho colto l’approvazione con grande soddisfazione. L’extragettito sarà dato alle categorie più deboli ed è arrivato nel rush finale»: così il leader del Pdci, Oliviero Diliberto, ha commentato l’approvazione dell’ordine del giorno che impegna il governo a ridistribuire il tesoretto.
Fonte: Tesoretto per i salari, via libera del Senato Corriere della Sera
«ODG NON VALE NULLA» - In totale disaccordo con Diliberto il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi: «L’odg su tesoretto e salari proposto dalla sinistra radicale e subito condiviso dal Pd non vale niente perchè espresso da un Senato sciolto che pretende un atto straordinario da un governo in ordinaria amministrazione».
martedì 26 febbraio 2008
Lavoro, idea vincente della sinistra
Intervista rilasciata da Giovanni Berlinguer a Liberazione (23 febbraio 2008)
Lavoro, idea vincente della sinistra
di Stefano Bocconetti
Riordina le carte, prende appunti. E ogni tanto risponde al telefono, risponde ai tanti che lo invitano a mille iniziative elettorali. E risponde quasi sempre di sì. Giovanni Berlinguer, 83 anni, oggi al Parlamento europeo fra i banchi dei socialisti, ma prima una vita nel Pci e nei diesse e soprattutto uno dei più autorevoli, se non il più autorevole studioso italiano di medicina sociale, è già tutto dentro la campagna elettorale.
D. La prima cosa: sei contento di come è partita?
Ti riferisci alla manifestazione dell'Eliseo?
D. Anche, perché come ti è sembrata?
Un ottimo avvio. Anche se vorrei che smettessimo di sottovalutare la voglia di partecipazione che c'è in giro. Lì, all'Eliseo metà della gente è dovuta restar fuori; troviamo invece posti, luoghi dove possa ritrovarsi la nostra gente. Dove magari possa venire anche chi non è convinto del tutto.
D. Tutto bene, allora?
Si, anche se...
D. Anche se?
Intendiamoci, non voglio che ci sia alcun equivoco: io sono felice che si sia raggiunto il risultato di creare la lista unitaria della sinistra. E' importante, darò tutto quello che ho per sostenerla. Ma sono convinto che questa campagna elettorale debba diventare anche qualcos'altro.
D. Cosa esattamente?
L'occasione per costruire il nuovo partito della sinistra. Che in Italia, a differenza che nel resto d'Europa, rischia di mancare.
D. Stai parlando del nuovo soggetto unitario?
Dipende da quel che intendi con questa definizione. Io sto parlando di un soggetto, il partito della sinistra italiana; sto parlando della forma che deve assumere la sinistra nel nostro paese.
D. La "Sinistra-l'Arcobaleno" ti sembra ancora troppo poco?
Se resta solo un cartello elettorale sì, ovvio che non basta.
D. Ma per capire: pensi che sia già tardi per dar vita ad una nuova formazione della sinistra?
No, tardi no. Ma ci sono stati molti freni e ci si è preoccupati più di costruire equilibri interni ai gruppi dirigenti che ascoltare i cittadini, acquisire nuovi consensi, recuperare chi si è allontanato.
D. Scusa la franchezza: ma molti sostengono che i "freni“ sono venuti proprio dalla Sinistra democratica, dal gruppo che è uscito dai diesse e di cui fai parte.
Francamente non mi pare che sia così. E poi, davvero adesso ha poco senso mettersi col bilancino a disegnare le colpe dei contraenti. Guardiamo al futuro: oggi dobbiamo impegnarci come una sola persona. Per strappare il miglior risultato possibile alle elezioni e, contemporaneamente, per gettare le basi del nuovo partito.
D. Campagna elettorale, allora. Qualche osservatore ha fatto notare che, al di là del merito, Veltroni s'è presentato con un'idea forte. Discutibilissima, ma comunque un progetto che sembra mancare alla sinistra. Che ne dici?
Non sono d'accordo. Ho letto i materiali che hanno avviato la discussione sul programma e mi pare che lì ci sia quello di cui c'è bisogno. C’è la parola d'ordine, l'idea necessaria e vincente: il lavoro. Inteso non più solo come rivendicazione dei diritti sindacali o contrattuali. No, mi sembra che finalmente la sinistra, questa nuova sinistra, ricominci a disegnare il ruolo che il mondo del lavoro deve avere nella società. Un ruolo che gli stessi lavoratori devono riprendersi nelle loro coscienze.
D. Stai pensando a qualche proposta in particolare?
No, penso all'insieme del progetto della sinistra. C'è una linea che tende a riequilibrare quelle risorse e quei poteri che in questi ultimi 25 anni si sono spostati a vantaggio delle imprese. Sì, insomma, mi sembra importante che finalmente si ritorni a parlare di una verità semplicissima: che chi assicura la produzione della ricchezza dovrebbe poterne usufruire in una quota molto maggiore dell'attuale. E ti ripeto: dopo un quarto di secolo che si sta andando nella direzione opposta.
D. E la sinistra, tutta, non ha alcuna responsabilità per come sono andate cose in questi 25 anni?
Sicuramente questi processi sono stati poco contrastati. Non si è percepito - parlo dell'Italia ma anche dell'Europa - che, nonostante le negazioni, c'è stata davvero lotta di classe. Ma l'ha fatta una parte sola: il capitale! E a questo, negli ultimi anni, si è aggiunto, in maniera lampante, lo schiacciamento operato dall'economia finanziaria sull'economia della produzione. Determinando le distorsioni che conosciamo.
D. Parli di lotta di classe. Su questo giornale ne parlava anche un altro grande dirigente, Pietro Ingrao, pochi giorni fa. E' una formulazione che ti convince? Nel senso che c'è necessità di una nuova stagione di lotta di classe?
Mi stai chiedendo se è una formula che si può usare? Ma sì, certo. Se serve a far capire che c'è bisogno di di impegnarsi, che c'è bisogno di conflitto. Anche se io resto convinto che c'è bisogno di lotta, ma anche di collaborazione. Per questo, se permetti, mi viene da dire una cosa sugli slogan di questa campagna elettorale...
D. Ovviamente.
Diciamo che non sono molto convinto di uno slogan che dice: vota a sinistra, fai "una scelta di parte".
D. Che vuoi dire?
Che in una società democratica, e complessa come l'attuale, non si può solo puntare su una parte, anche se rilevantissima e meritevole di ogni considerazione. Io penso che occorra tener presenti anche altri interessi, che considero legittimi, e che occorra considerare in primo luogo ciò che può migliorate la vita di tutti gli italiani
D. Stai dicendo che quella parola d'ordine mina le possibilità di alleanze?
No, però sono convinto che la nostra battaglia debba procedere senza isolarsi, debba prevedere rapporti con le altre forze politiche.
D. E siamo a parlare del piddì.
Parliamone. A me non piace uno schema per cui ci sarebbe un “nemico”, la destra, aggressivo e inquietante, e un “avversario”, il partito democratico. Al contrario penso che dovremmo incalzare il partito di Veltroni, sollecitarlo, scontrarci quando necessario, ma per costruire le ragioni di una convergenza.
D. Davvero te la immagini questa convergenza?
Me la auguro e la considero possibile (e prende fra le sue carte il Manifesto dei democratici). La parte sulla laicità dello Stato, laddove descrive il diritto degli individui, di tutti, a decidere di se stessi, la trovo abbastanza condivisibile.
D. Ma come? Proprio su questi temi, il piddì è stato attraversato da una discussione fortissima, perché tanti hanno lamentato una mancanza di laicità nel documento fondante del nuovo partito?
Io non la vedo così. Se vogliamo restare ai documenti, non alle cose che dice la Binetti o qualche altro, lì si disegna un partito con il quale è possibile convergere nelle grandi battaglie di libertà. Tutt'altra cosa, invece, per ciò che riguarda le scelte economiche e sociali...
D. In questo caso ci si contrappone?
Si discute, perchè sono scelte lontane, e spesso profondamente diverse da quelle che deve fare la sinistra.
D. Parli di possibili convergenze, eppure tanti dicono che dopo il voto piddì e Berlusconi governeranno insieme. Con la sinistra relegata ai margini.
Io non dò affatto per scontato che il risultato elettorale debba relegarci inesorabilmente all'opposizione. E penso che dipenda anche dalla forza e dalla capacità di iniziativa della sinistra la possibilità di ridare vita a nuove forme di collaborazione. L'unica cosa che darei per certa è l'impossibilità per la sinistra a partecipare a maggioranze insieme al cosiddetto partito della libertà.
D. Ma mi dai una definizione del partito di Veltroni?
Il partito di un leader che ha saputo cogliere un'esigenza diffusa. Quella di superare una lunga fase, segnata da ampie coalizioni che non riuscivano ad esprimere una politica unitaria. Sottoposte, com'è stato evidente col governo Prodi, a pressioni sgangherate, da parte dei piccoli partiti che hanno sempre guardato con più simpatia al centro destra. Ha avuto quell'intuizione e mi sembra che la stia comunicando bene.
D. Niente grande coalizione, dici. Eppure al parlamento europeo spesso, socialisti e popolari votano insieme. Come mai?
So che la “vulgata” racconta questo, almeno sui nostri giornali. Ma non è affatto così. A Bruxelles sui temi dei diritti civili e delle libertà spesso riusciamo a costruire un vasto arco di forze che comprende la sinistra “radicale”, i socialisti, i verdi, i liberaldemocratici. Quando invece si affrontano temi economici e sociali, una parte di queste forze si avvicina e vota con il partito popolare. Sto parlando anche dei liberaldemocratici italiani, compresi gli esponenti eletti nelle liste della Margherita, oggi fra i democratici. Questa è la vera situazione, altro che grande coalizione.
D. Torniamo in Italia, alla sinistra. Che ti aspetti all'indomani del voto?
Tre cose.
D. La prima?
L'avvio del passaggio da raggruppamento elettorale a partito.
D. La seconda?
Una campagna di conoscenza e di ascolto dei giovani.
D. Nuovo partito, che parli il linguaggio dei giovani: la terza cosa sembra scontata. Non è così?
Certo. E’ necessario svecchiare radicalmente i gruppi dirigenti di questa sinistra. Non per escludere chi ha lavorato fino ad ora per garantire un futuro alle forze legate al movimento operaio. Il loro ruolo c'è, è importante e deve essere valorizzato. Ma c'è bisogno di forze fresche.
E te?
Vale anche per me. Ci sono e ci saranno tante occasioni per contribuire agli impegni futuri.
Lavoro, idea vincente della sinistra
di Stefano Bocconetti
Riordina le carte, prende appunti. E ogni tanto risponde al telefono, risponde ai tanti che lo invitano a mille iniziative elettorali. E risponde quasi sempre di sì. Giovanni Berlinguer, 83 anni, oggi al Parlamento europeo fra i banchi dei socialisti, ma prima una vita nel Pci e nei diesse e soprattutto uno dei più autorevoli, se non il più autorevole studioso italiano di medicina sociale, è già tutto dentro la campagna elettorale.
D. La prima cosa: sei contento di come è partita?
Ti riferisci alla manifestazione dell'Eliseo?
D. Anche, perché come ti è sembrata?
Un ottimo avvio. Anche se vorrei che smettessimo di sottovalutare la voglia di partecipazione che c'è in giro. Lì, all'Eliseo metà della gente è dovuta restar fuori; troviamo invece posti, luoghi dove possa ritrovarsi la nostra gente. Dove magari possa venire anche chi non è convinto del tutto.
D. Tutto bene, allora?
Si, anche se...
D. Anche se?
Intendiamoci, non voglio che ci sia alcun equivoco: io sono felice che si sia raggiunto il risultato di creare la lista unitaria della sinistra. E' importante, darò tutto quello che ho per sostenerla. Ma sono convinto che questa campagna elettorale debba diventare anche qualcos'altro.
D. Cosa esattamente?
L'occasione per costruire il nuovo partito della sinistra. Che in Italia, a differenza che nel resto d'Europa, rischia di mancare.
D. Stai parlando del nuovo soggetto unitario?
Dipende da quel che intendi con questa definizione. Io sto parlando di un soggetto, il partito della sinistra italiana; sto parlando della forma che deve assumere la sinistra nel nostro paese.
D. La "Sinistra-l'Arcobaleno" ti sembra ancora troppo poco?
Se resta solo un cartello elettorale sì, ovvio che non basta.
D. Ma per capire: pensi che sia già tardi per dar vita ad una nuova formazione della sinistra?
No, tardi no. Ma ci sono stati molti freni e ci si è preoccupati più di costruire equilibri interni ai gruppi dirigenti che ascoltare i cittadini, acquisire nuovi consensi, recuperare chi si è allontanato.
D. Scusa la franchezza: ma molti sostengono che i "freni“ sono venuti proprio dalla Sinistra democratica, dal gruppo che è uscito dai diesse e di cui fai parte.
Francamente non mi pare che sia così. E poi, davvero adesso ha poco senso mettersi col bilancino a disegnare le colpe dei contraenti. Guardiamo al futuro: oggi dobbiamo impegnarci come una sola persona. Per strappare il miglior risultato possibile alle elezioni e, contemporaneamente, per gettare le basi del nuovo partito.
D. Campagna elettorale, allora. Qualche osservatore ha fatto notare che, al di là del merito, Veltroni s'è presentato con un'idea forte. Discutibilissima, ma comunque un progetto che sembra mancare alla sinistra. Che ne dici?
Non sono d'accordo. Ho letto i materiali che hanno avviato la discussione sul programma e mi pare che lì ci sia quello di cui c'è bisogno. C’è la parola d'ordine, l'idea necessaria e vincente: il lavoro. Inteso non più solo come rivendicazione dei diritti sindacali o contrattuali. No, mi sembra che finalmente la sinistra, questa nuova sinistra, ricominci a disegnare il ruolo che il mondo del lavoro deve avere nella società. Un ruolo che gli stessi lavoratori devono riprendersi nelle loro coscienze.
D. Stai pensando a qualche proposta in particolare?
No, penso all'insieme del progetto della sinistra. C'è una linea che tende a riequilibrare quelle risorse e quei poteri che in questi ultimi 25 anni si sono spostati a vantaggio delle imprese. Sì, insomma, mi sembra importante che finalmente si ritorni a parlare di una verità semplicissima: che chi assicura la produzione della ricchezza dovrebbe poterne usufruire in una quota molto maggiore dell'attuale. E ti ripeto: dopo un quarto di secolo che si sta andando nella direzione opposta.
D. E la sinistra, tutta, non ha alcuna responsabilità per come sono andate cose in questi 25 anni?
Sicuramente questi processi sono stati poco contrastati. Non si è percepito - parlo dell'Italia ma anche dell'Europa - che, nonostante le negazioni, c'è stata davvero lotta di classe. Ma l'ha fatta una parte sola: il capitale! E a questo, negli ultimi anni, si è aggiunto, in maniera lampante, lo schiacciamento operato dall'economia finanziaria sull'economia della produzione. Determinando le distorsioni che conosciamo.
D. Parli di lotta di classe. Su questo giornale ne parlava anche un altro grande dirigente, Pietro Ingrao, pochi giorni fa. E' una formulazione che ti convince? Nel senso che c'è necessità di una nuova stagione di lotta di classe?
Mi stai chiedendo se è una formula che si può usare? Ma sì, certo. Se serve a far capire che c'è bisogno di di impegnarsi, che c'è bisogno di conflitto. Anche se io resto convinto che c'è bisogno di lotta, ma anche di collaborazione. Per questo, se permetti, mi viene da dire una cosa sugli slogan di questa campagna elettorale...
D. Ovviamente.
Diciamo che non sono molto convinto di uno slogan che dice: vota a sinistra, fai "una scelta di parte".
D. Che vuoi dire?
Che in una società democratica, e complessa come l'attuale, non si può solo puntare su una parte, anche se rilevantissima e meritevole di ogni considerazione. Io penso che occorra tener presenti anche altri interessi, che considero legittimi, e che occorra considerare in primo luogo ciò che può migliorate la vita di tutti gli italiani
D. Stai dicendo che quella parola d'ordine mina le possibilità di alleanze?
No, però sono convinto che la nostra battaglia debba procedere senza isolarsi, debba prevedere rapporti con le altre forze politiche.
D. E siamo a parlare del piddì.
Parliamone. A me non piace uno schema per cui ci sarebbe un “nemico”, la destra, aggressivo e inquietante, e un “avversario”, il partito democratico. Al contrario penso che dovremmo incalzare il partito di Veltroni, sollecitarlo, scontrarci quando necessario, ma per costruire le ragioni di una convergenza.
D. Davvero te la immagini questa convergenza?
Me la auguro e la considero possibile (e prende fra le sue carte il Manifesto dei democratici). La parte sulla laicità dello Stato, laddove descrive il diritto degli individui, di tutti, a decidere di se stessi, la trovo abbastanza condivisibile.
D. Ma come? Proprio su questi temi, il piddì è stato attraversato da una discussione fortissima, perché tanti hanno lamentato una mancanza di laicità nel documento fondante del nuovo partito?
Io non la vedo così. Se vogliamo restare ai documenti, non alle cose che dice la Binetti o qualche altro, lì si disegna un partito con il quale è possibile convergere nelle grandi battaglie di libertà. Tutt'altra cosa, invece, per ciò che riguarda le scelte economiche e sociali...
D. In questo caso ci si contrappone?
Si discute, perchè sono scelte lontane, e spesso profondamente diverse da quelle che deve fare la sinistra.
D. Parli di possibili convergenze, eppure tanti dicono che dopo il voto piddì e Berlusconi governeranno insieme. Con la sinistra relegata ai margini.
Io non dò affatto per scontato che il risultato elettorale debba relegarci inesorabilmente all'opposizione. E penso che dipenda anche dalla forza e dalla capacità di iniziativa della sinistra la possibilità di ridare vita a nuove forme di collaborazione. L'unica cosa che darei per certa è l'impossibilità per la sinistra a partecipare a maggioranze insieme al cosiddetto partito della libertà.
D. Ma mi dai una definizione del partito di Veltroni?
Il partito di un leader che ha saputo cogliere un'esigenza diffusa. Quella di superare una lunga fase, segnata da ampie coalizioni che non riuscivano ad esprimere una politica unitaria. Sottoposte, com'è stato evidente col governo Prodi, a pressioni sgangherate, da parte dei piccoli partiti che hanno sempre guardato con più simpatia al centro destra. Ha avuto quell'intuizione e mi sembra che la stia comunicando bene.
D. Niente grande coalizione, dici. Eppure al parlamento europeo spesso, socialisti e popolari votano insieme. Come mai?
So che la “vulgata” racconta questo, almeno sui nostri giornali. Ma non è affatto così. A Bruxelles sui temi dei diritti civili e delle libertà spesso riusciamo a costruire un vasto arco di forze che comprende la sinistra “radicale”, i socialisti, i verdi, i liberaldemocratici. Quando invece si affrontano temi economici e sociali, una parte di queste forze si avvicina e vota con il partito popolare. Sto parlando anche dei liberaldemocratici italiani, compresi gli esponenti eletti nelle liste della Margherita, oggi fra i democratici. Questa è la vera situazione, altro che grande coalizione.
D. Torniamo in Italia, alla sinistra. Che ti aspetti all'indomani del voto?
Tre cose.
D. La prima?
L'avvio del passaggio da raggruppamento elettorale a partito.
D. La seconda?
Una campagna di conoscenza e di ascolto dei giovani.
D. Nuovo partito, che parli il linguaggio dei giovani: la terza cosa sembra scontata. Non è così?
Certo. E’ necessario svecchiare radicalmente i gruppi dirigenti di questa sinistra. Non per escludere chi ha lavorato fino ad ora per garantire un futuro alle forze legate al movimento operaio. Il loro ruolo c'è, è importante e deve essere valorizzato. Ma c'è bisogno di forze fresche.
E te?
Vale anche per me. Ci sono e ci saranno tante occasioni per contribuire agli impegni futuri.
sabato 9 febbraio 2008
Senza confini
L'ultimo editoriale di Luigi Pintor, morto il 17 maggio 2003
La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall'89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall'altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l'opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l'unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell'Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l'anima non c'è da tempo e ora non c'è la faccia e una fisionomia politica credibile. E' una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all'attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.
Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un'altra parola antica che andrebbe anch'essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un'organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un'area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste.
La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall'89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall'altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l'opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l'unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell'Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l'anima non c'è da tempo e ora non c'è la faccia e una fisionomia politica credibile. E' una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all'attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.
Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un'altra parola antica che andrebbe anch'essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un'organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un'area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste.
mercoledì 6 febbraio 2008
Il Pd e la Resistenza
Una semplice dimenticanza
di Alessandro Robecchi, pubblicato su "il manifesto" del 3 febbraio
La stampa nazionale sta esagerando. Prendersela con il Pd soltanto perché nel suo manifesto dei valori si è dimenticato di scrivere la parola «Resistenza» mi sembra un'inutile cattiveria. È vero, è innegabile: nel manifesto dei valori, nello statuto, persino nel codice etico del nuovo partito non si parla mai né di antifascismo né di Resistenza. Ma andiamoci piano, al giorno d'oggi facciamo tutti una vita frenetica: chi non ha mai scordato le chiavi, o il telefonino? Insomma, succede, non facciamone uno scandalo. In più, inviterei a un minimo di umana comprensione: ma lo sapete che vita fanno, poveretti? Magari al mattino devono incontrare un diniano di sinistra, telefonare a un mastelliano, poi riunione sullo statuto, che palle, dopo correre in tivù, e magari anche andare a lisciare il pelo ai commercianti, coinvolgere gli industriali, fare un'Italia nuova. Panino. Scrivere diciannove prefazioni, poi conferenza stampa, poi ampio dibattito sul laicismo. Dopocena, incontro con i referendari, una telefonata con qualche Udc disponibile al dialogo, poi una dichiarazione alle agenzie e un invito alle larghe intese. È in situazioni come queste che uno raggiunge il letto spossato e affranto, e gli interessa solo dormire qualche ora per ricominciare il giorno dopo a fare un'Italia nuova. È in situazioni come queste che uno all'improvviso si stampa una manata sulla fronte e dice: «Oh, cazzo, il dentista! Mi sono scordato!». E allo stesso modo, andiamo, può capitare: «Oddio, ci siamo dimenticati la Resistenza!». Sinceramente, non attribuirei questa svista a cattiveria d'animo o a malafede, non facciamo inutili dietrologie, semplicemente, umanamente, pacatamente, si sono dimenticati di metterci la parola «Resistenza». Forse stavano per metterla, ma sono stati distratti, non so una telefonata per le nomine a qualche asl, un'apertura a Berlusconi, un segnale alla Confindustria, insomma è passato l'attimo. Non facciamola lunga. Resistenza: una semplice dimenticanza.
di Alessandro Robecchi, pubblicato su "il manifesto" del 3 febbraio
La stampa nazionale sta esagerando. Prendersela con il Pd soltanto perché nel suo manifesto dei valori si è dimenticato di scrivere la parola «Resistenza» mi sembra un'inutile cattiveria. È vero, è innegabile: nel manifesto dei valori, nello statuto, persino nel codice etico del nuovo partito non si parla mai né di antifascismo né di Resistenza. Ma andiamoci piano, al giorno d'oggi facciamo tutti una vita frenetica: chi non ha mai scordato le chiavi, o il telefonino? Insomma, succede, non facciamone uno scandalo. In più, inviterei a un minimo di umana comprensione: ma lo sapete che vita fanno, poveretti? Magari al mattino devono incontrare un diniano di sinistra, telefonare a un mastelliano, poi riunione sullo statuto, che palle, dopo correre in tivù, e magari anche andare a lisciare il pelo ai commercianti, coinvolgere gli industriali, fare un'Italia nuova. Panino. Scrivere diciannove prefazioni, poi conferenza stampa, poi ampio dibattito sul laicismo. Dopocena, incontro con i referendari, una telefonata con qualche Udc disponibile al dialogo, poi una dichiarazione alle agenzie e un invito alle larghe intese. È in situazioni come queste che uno raggiunge il letto spossato e affranto, e gli interessa solo dormire qualche ora per ricominciare il giorno dopo a fare un'Italia nuova. È in situazioni come queste che uno all'improvviso si stampa una manata sulla fronte e dice: «Oh, cazzo, il dentista! Mi sono scordato!». E allo stesso modo, andiamo, può capitare: «Oddio, ci siamo dimenticati la Resistenza!». Sinceramente, non attribuirei questa svista a cattiveria d'animo o a malafede, non facciamo inutili dietrologie, semplicemente, umanamente, pacatamente, si sono dimenticati di metterci la parola «Resistenza». Forse stavano per metterla, ma sono stati distratti, non so una telefonata per le nomine a qualche asl, un'apertura a Berlusconi, un segnale alla Confindustria, insomma è passato l'attimo. Non facciamola lunga. Resistenza: una semplice dimenticanza.
lunedì 4 febbraio 2008
Unità della Sinistra, Alleanza per il Governo per battere le destre
Documento approvato dal Direttivo di Sd riunitosi il 4 febbraio 2008
Sinistra Democratica riconferma la sua scelta convinta di contribuire insieme alle altre forze della sinistra a dare vita ad una sinistra nuova, larga, unita, popolare e di governo per il bene dell'Italia.
Di fronte all'eventuale scioglimento delle Camere, Sinistra Democratica riterrebbe necessario che venga avanzata da parte de "La Sinistra-L'Arcobaleno" al Partito Democratico la proposta di una coalizione di centro-sinistra su basi programmatiche rinnovate, con la quale affrontare la campagna elettorale, con un programma condiviso, per il governo del Paese.
Il governo Prodi è caduto al centro, per responsabilità dell'UDEUR e di parlamentari provenienti dal PD: non certo per responsabilità della sinistra che ha sempre invocato l'attuazione del programma, in particolare nei suoi aspetti sociali.
L'intesa tra PD e sinistra è la strategia che può consentire, sul piano numerico, di contendere la vittoria al centrodestra e dare all'Italia la speranza di un governo innovativo. Questione sociale e ambientale, questione morale, laicità dello Stato sono le sfide vere dell'oggi.
Sarebbe grave se il PD confermasse, invece, la scelta della solitudine elettorale che contiene l'annuncio della rinuncia a competere per il governo dell'Italia. Non si possono spalancare, senza combattere, le porte a Berlusconi e ai suoi.
L'unità della sinistra è un fatto politico importante e nuovo, più profondo e ambizioso del semplice cartello elettorale e per questo va rappresentato di fronte agli elettori con un unico simbolo elettorale, quello de "La Sinistra-L'Arcobaleno".
Sinistra Democratica avanza questa proposta alla riflessione delle altre forze della sinistra. E la rivolge anche ai compagni socialisti, le cui importanti battaglie per l'identità socialista e per la laicità dello Stato rischiano di dissolversi nel contenitore neutro del Partito Democratico.
Sinistra Democratica riconferma la sua scelta convinta di contribuire insieme alle altre forze della sinistra a dare vita ad una sinistra nuova, larga, unita, popolare e di governo per il bene dell'Italia.
Di fronte all'eventuale scioglimento delle Camere, Sinistra Democratica riterrebbe necessario che venga avanzata da parte de "La Sinistra-L'Arcobaleno" al Partito Democratico la proposta di una coalizione di centro-sinistra su basi programmatiche rinnovate, con la quale affrontare la campagna elettorale, con un programma condiviso, per il governo del Paese.
Il governo Prodi è caduto al centro, per responsabilità dell'UDEUR e di parlamentari provenienti dal PD: non certo per responsabilità della sinistra che ha sempre invocato l'attuazione del programma, in particolare nei suoi aspetti sociali.
L'intesa tra PD e sinistra è la strategia che può consentire, sul piano numerico, di contendere la vittoria al centrodestra e dare all'Italia la speranza di un governo innovativo. Questione sociale e ambientale, questione morale, laicità dello Stato sono le sfide vere dell'oggi.
Sarebbe grave se il PD confermasse, invece, la scelta della solitudine elettorale che contiene l'annuncio della rinuncia a competere per il governo dell'Italia. Non si possono spalancare, senza combattere, le porte a Berlusconi e ai suoi.
L'unità della sinistra è un fatto politico importante e nuovo, più profondo e ambizioso del semplice cartello elettorale e per questo va rappresentato di fronte agli elettori con un unico simbolo elettorale, quello de "La Sinistra-L'Arcobaleno".
Sinistra Democratica avanza questa proposta alla riflessione delle altre forze della sinistra. E la rivolge anche ai compagni socialisti, le cui importanti battaglie per l'identità socialista e per la laicità dello Stato rischiano di dissolversi nel contenitore neutro del Partito Democratico.
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