lunedì 29 settembre 2008

Una Sinistra nuova e unita



di Fulvia Bandoli
Tra qualche giorno esce un libro di autori vari dal titolo drammatico “ Sinistra Senza Sinistra”, come a dire che la sinistra italiana ( che non è la parte sinistra dell’emiciclo di Montecitorio) ma è la storia di diritti, di principi e di conquiste, l’inveramento di un’ idea di giustizia sociale e di umana convivenza, e che è costituita da quelle tante donne e uomini che si dicono e che si sentono di sinistra…questa sinistra non trova alcuna sinistra politica che organizzi un agire collettivo, che dia corpo ad una efficace opposizione e ad un progetto alternativo per l’Italia, che sappia trasformarsi in un nuovo soggetto politico unitario.Una congiuntura inedita e drammatica, mai accaduta fino ad ora.
Siamo senza una forte sinistra politica perché il Pd andando oltre la sinistra si colloca in un generico centro democratico, affollato e senza profilo, e perché noi non abbiamo avuto il coraggio di accettare con generosità e senza egoismi la sfida che la nascita del Pd (e la dissoluzione dei Ds) ci metteva davanti.
Qualcuno dice che ci volevano e ci vogliono tempi lunghi: io so che è passato un anno e mezzo e che nessuna risposta a quella sfida è stata messa in campo. Questa
situazione non regge più, così non possiamo continuare.
Io parlo qui come parlerei ad una qualsiasi altra assemblea di una forza della sinistra, credo sia tempo di dirci che è venuto il momento di mescolarci e di farci in ogni sede le stesse domande che ci faremmo all’interno dell’organizzazione alla quale momentaneamente (e io spero transitoriamente) apparteniamo. Le nostre rispettive tessere sono scolorite, anche quelle più nuove e recenti.
Ma non c’è solo la nascita del Pd a tirarci per la giacca. C’è la crisi del capitalismo globalizzato, tutto moneta di carta e speculazione, c’è la crescita delle ingiustizie nel mondo e anche nel nostro paese. C’è un pianeta che tira le cuoia. C’è una destra al governo che procede come un rullo compressore e fa danni alla coesione sociale, al mezzogiorno, ai diritti universalistici, ai diritti umani, all’informazione. E che tenta in queste ore un attacco al cuore del sindacato mettendo in discussione i principi della contrattazione collettiva. Perché allora fatichiamo tanto a trovare risposte convincenti? Io penso che la sinistra nel secolo che si è aperto debba rinnovare parole e riferimenti e non si tratta di cambiamenti di poco conto se pensiamo alla storia passata. Provo a dirne solo alcuni.
La sinistra dovrà ripensare il ruolo sociale del lavoro , il suo peso e i suoi diritti, senza avere al suo fianco il movimento operaio tradizionalmente inteso (perché non v’è dubbio che nella versione classica questo movimento non esiste più) ma avendo come interlocutori lavoratori e lavoratrici italiani e di molte altre nazionalità.
La sinistra dovrà ripensare lo sviluppo tenendo conto dei cambiamenti climatici che mutano le nostre abitudini di vita, quelle degli animali, e sconvolgono l’agricoltura mondiale e tenendo conto della sempre minore quantità di risorse naturali disponibili (petrolio, acqua, uranio, terra). Dovrà avere il coraggio di dire ciò che può crescere e ciò che invece non può più crescere, senza assumere il parametro della crescita indiscriminata come purtroppo stanno facendo sia la destra ma anche il Pd.
Incrociando concretamente la vita delle persone e i loro desideri. Quando il movimento dei contadini in India lotta per le sementi autoctone o contro le grandi dighe che costringono all’esodo milioni di persone credo che faccia proprio questo.
La sinistra dovrà ripensare la politica e imparare a farla con due sessi ormai liberi
entrambi, dicendo con chiarezza che una buona parte della crisi della politica va attribuita al mancato confronto degli uomini con l’altro sesso, e alla loro pervicace incoscienza rispetto alla crisi del patriarcato e delle sue forme.
La sinistra dovrà ripensarsi con la democrazia e la libertà che troppo spesso le sono mancate e ancora le mancano. Perché senza democrazia e libertà non c’è sinistra che tenga.

La sinistra dovrà aumentare la sua capacità di vedere il mondo, di tenere insieme povertà,disarmo e sicurezza ( che sono legate indissolubilmente), combattere tutte le dittature e tutte le violazioni dei diritti umani ovunque si manifestino, costruire un pacifismo non strabico e incarnare senza alcuna ambiguità i principi della nonviolenza.
Oltre a ciò dovremo sciogliere un nodo che spesso ci stringiamo al collo da soli, e che tante volte ci ha quasi strangolati. Mi riferisco al tema del governo. Una sinistra con una cultura di governo non significa che sta obbligatoriamente al governo o che lavora solo per andare al governo. Avere una cultura di governo significa avere una idea di paese, avere proposte per risolvere i conflitti che essa stessa provoca e agisce, saper governare i processi sociali perché li capisce. La sinistra con la più grande cultura di governo che io abbia mai conosciuto era il PCI, che stava all’opposizione ma faceva società, cultura, egemonia e coesione sociale attraverso le alleanze che sapeva costruirsi per spingere avanti le sue proposte di riforma. Nessun altro partito di sinistra è mai riuscito a fare tante riforme significative pur stando all’opposizione. Mi pare invece drammatica la crisi verticale che coinvolge la capacità di governo di tutte le forze del centro sinistra ( e del Pd da ultimo) sia a livello nazionale (penso al primo Governo Prodi, D’Alema etc… e anche al secondo governo Prodi) sia a livello locale (Campania, Calabria, Abruzzo e potrei continuare con un elenco interminabile…). Dunque si può stare al governo decenni senza governare affatto, e si può, di contro, stare all’opposizione dimostrando una grande cultura di governo.
La sinistra politica che manca all’Italia è una sinistra popolare, radicata socialmente, che ha l’ambizione di diventare una grande sinistra.
Una sinistra che compete e dunque confligge ogni volta che serve con il Pd, con coloro che si aggrappano solo alle identità, con chi raccoglie la protesta trasformandola spesso in qualunquismo. Una sinistra che si rivolge a tutte le donne e a tutti gli uomini di sinistra, senza escludere nessuno. Se altri non condividono il suo profilo e vogliono restare legati a simboli e culture identitarie, ebbene sono essi che si escludono da soli da questo progetto.
Nel suo farsi essa compete inevitabilmente con tutte le forze di opposizione e al suo nascere essa potrebbe (o meglio dovrebbe) “scompigliare” le forze attualmente esistenti. Io credo, ad esempio, che tanti elettori di sinistra stiano nel Pd, ma credo anche che in presenza di una sinistra come andiamo qui delineando quegli stessi elettori potrebbero abbandonare quel partito e dare forza a questa sinistra.
Oggi questa scelta non c’è, perché questa sinistra non è in campo, ed è per me chiarissimo che ogni giorno che passa è un giorno perso.
Di Costituente si parla da oltre un anno, adesso non possiamo più sbagliare.
L’incontro avvenuto il 20 settembre e questa assemblea oggi sono due buoni segnali d’inizio.
Alcuni dicono che sarà un processo e io sono d’accordo. Ma la domanda che ci viene posta è un'altra ed è chiarissima: comincia o no questo processo? E per dire che un processo è cominciato si deve vedere l’inizio e si deve almeno prefigurare un percorso. Se la Costituente non è la somma di ciò che c’è rimasto nella sinistra politica, più i movimenti e le associazioni sparse cosa può essere e come può partire?
Può partire da una assunzione di responsabilità personale di tante e tanti, al centro e in periferia, che reciprocamente si autorizzano ( come diceva Luisa Boccia nella sua relazione) a promuoverla e a sperimentarla nei territori attraverso comitati promotori.
Ma se non è pura costruzione astratta essa va anche messa alla prova in alcune battaglie importanti da individuare insieme ( sul lavoro, sull’energia, sulla scuola ad esempio) perché nessuna nuova forza politica nasce e si aggrega fuori o distante dalle contraddizioni e dai movimenti sociali reali. Così come si deve misurare sulla battaglia delle idee e sulla ricerca culturale, provando a scrivere nero su bianco le nostre parole nuove, quelle su cui tanto insiste anche Vendola. E infine la Costituente deve essere capace di dar vita ad un forte processo partecipativo e di consultazione di quel popolo della sinistra, tanto evocato e a nome del quale spesso indebitamente parliamo ma che mai abbiamo chiamato in causa. Noi sappiamo che la nostra credibilità ( parlo dei dirigenti) è scossa e che la nostra capacità di direzione è stata deficitaria. Pur senza eccedere in autoflagellazioni questo dato non possiamo dimenticarlo.
Parte dall’alto o dal basso? Chiedono alcuni. Il problema mi pare largamente risolto.
In alto c’è un insieme di gruppi dirigenti poco legittimati ma anche in basso non è che la situazione delle associazioni sia così rosea…la crisi ha coinvolto inevitabilmente anche loro. E se così è direi che parte da coloro che nella sinistra politica, sociale e associativa si fanno promotori e garanti, individualmente e per la storia che hanno, di quel percorso, con umiltà e spirito di servizio, consapevoli che tutto il processo dovrà essere caratterizzato dalla partecipazione e alla fine anche da una consultazione democratica, sul profilo del nuovo soggetto, sulla sua forma, sui suoi dirigenti. Se vogliamo muovere assieme alla ragione anche la passione di tanti per questa impresa.
Ma sarà un partito oppure no? A questo non so rispondere anche se condivido abbastanza quel che ha detto Mussi nei giorni scorsi…. “ ma voi ne vedete tanti dei partiti veri in Italia in questo momento?”. So bene la crisi dei partiti tradizionali e di tutte le loro forme e pratiche, ma rinnovando le seconde e inventando nuove forme un partito resta, ad ora, pur con tutte le sue imperfezioni la forma più democratica che io conosca. Ma su questo il ragionamento resta aperto.
Infine se crediamo nel processo costituente dobbiamo lasciargli un filo lungo, non tenerlo stretto al guinzaglio….affidandogli mano a mano sovranità e autonomia.
Ecco perché definire oggi il punto di arrivo del processo sarebbe impossibile ma anche sbagliato: io mi auguro che noi saremo tra i tantissimi che concorreranno a decidere, ma non i soli a farlo; se fossimo solo noi a farlo non avremmo “costituito” nulla di nuovo. Nessuno di noi, da solo/a, può risollevare e far rinascere la sinistra.
Da soli possiamo solo deperire. Solo mettendoci in discussione potremo dare il meglio. E quel che riceveremo in cambio tutte e tutti sarà la cosa più essenziale in questo momento: una sinistra nuova e unita.

*del Coordinamento nazionale di Sd

domenica 21 settembre 2008

futura umanità



in migliaia a Milano hanno sfilato contro il razzismo e in ricordo di Abdul. Presenti anche tantissime Associazioni e tutta la Sinistra.Assente il PD

sabato 20 settembre 2008

Al via la Costituente, parleremo alla sinistra senza rappresentanza


intervista a Claudio Fava

Fava, il progetto è ambizioso, ma partite con pezzi di Sd, Rc, Verdi. Non è un po’ poco?
«È un progetto diverso da quello immaginato prima delle elezioni. Non vogliamo più costruire l’unità della sinistra perché la campagna elettorale e gli esiti dei congressi mostrano che ci sono due opzioni inconciliabili: l’opzione di chi lavora per l’unità dei comunisti con un ritorno fortemente identitario alle ragioni e ai simboli della tradizione del secolo scorso e l’opzione di chi vuole una nuova sinistra che vuol rinnovare se stessa, aggiornare il proprio sguardo nei confronti di un paese profondamente cambiato, che si pone l’obiettivo di una profonda riforma delle pratiche politiche. Dobbiamo porci il problema della trasformazione del paese e dunque anche di una cultura di governo nelle forme e nelle circostanze in cui tutto questo è possibile. C’è invece chi ritiene che la funzione della sinistra sia quella di presidiare uno spazio minoritario».

Quale è l’obiettivo che vi ponete?
«Recuperare in parte i semi positivi dell’Ulivo e seppellire per sempre lo spirito malato dell’Unione è uno degli obiettivi che un processo di aggregazione politica a sinistra deve porsi».

Quali sono gli interlocutori politici a cui guarda la Costituente?
«Intanto ci sono alcuni protagonisti naturali, coloro che hanno costruito in questi anni una esperienza di militanza civile e politica a sinistra, un tessuto connettivo di associazioni e di esperienze fuori dai partiti come i movimenti pacifisti, il movimento antimafia. Penso anche alle grandi battaglie di un’associazione come Libera, a tutti coloro cioè, che hanno mirato a trasformare la coscienza civile del Paese. Poi, ci sono Sd e una parte significativa di compagni di Rc e del Pdci che non hanno condiviso le conclusioni di quel processo, i Verdi e la cultura ambientalista che ormai è orizzontale e tutta la sinistra non connotata nella militanza politica».

Agli appuntamenti elettorali come pensate di arrivare?
«Preferisco pensare alle elezioni come la conseguenza di un processo. Il centrosinistra in sé non è un valore, lo è in quanto frutto di un processo politico. Per noi l’interlocutore naturale della sinistra è il Pd, quello innaturale, impossibile, è l’Udc non per pregiudizio ma per merito politico. Sarebbe lo stesso errore che ha portato a tenere fino all’ultimo nel centrosinistra Mastella e Dini. Al tempo stesso noi troviamo che questo processo di coalizione debba essere davvero arricchito di politica rimettendo anche in discussione esperienze fallimentari come l’Abruzzo, la Calabria e la Campania. Dove non abbiamo saputo, come centrosinistra, riaffermare l’autonomia della politica».

è morto Florestano Vancini

Florestano Vancini (Ferrara, 24 agosto 1926 – Roma, 17 settembre 2008) è stato un regista italiano.

Vancini inizia la proria attività come giornalista per testate locali dell'Emilia. L'attività di cineasta inizia nei primi anni cinquanta con una serie di cortometraggi. Il primo lungometraggio girato sarà La lunga notte del '43 (1960).

La sua opera è contraddistinta da impegno politico e testimonianza storica di alcuni importanti eventi fra cui la strage di Bronte, la resistenza partigiana, le crisi dei comunisti negli anni sessanta ed i problemi sociali dell'Italia.

Negli anni ottanta realizzò una serie di fiction per la televisione di successo fra cui La piovra II (1986) e Piazza di Spagna (miniserie del 1992).

L'unico film in cui Vancini appare come attore è Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi.

Nella produzione di Vancini vi è anche uno spaghetti western: I lunghi giorni della vendetta, con lo pseudonimo di Stan Vance.

La notizia della morte di Vancini, avvenuta il 17 settembre 2008 a Ferrara è stata è stata resa pubblica tre giorni dopo il decesso, in ossequio alla volontà del regista.

martedì 16 settembre 2008

il cordoglio da solo non basta


Oggi tutti pronunciano parole diverse, finalmente.
Troppo grande la tragedia del giovane italiano (sì, italiano) di colore ammazzato a bastonate domenica mattina. Troppo grande per essere affrontata solo con il dolore e con il cordoglio alla famiglia. Troppo grande per non mettere in discussione parole, atteggiamenti, cultura (sì, cultura) con cui da un tempo troppo lungo si parla e si agisce a Milano e non solo.
Questo omicidio non deve essere usato per fare manifestazioni o per dire “avevo ragione”: un primo modo per cambiare è quello di non cedere alla tentazione di “usare” tragedie e problemi.
Dobbiamo guardare un po’ più a fondo nelle cose. Cosa c’è a Milano? Come è già cambiata questa metropoli, se – come pare – una violenza diffusa cova sotto la sua pelle? Cosa si muove – nell’ombra dei quartieri e nella oscurità delle coscienze – e cosa può improvvisamente emergere in uno scoppio di violenza?
Non c’è una causa sola, naturalmente: grandi organizzazioni criminali, traffico di stupefacenti, utilizzo nell’economia legale delle grandi disponibilità di denaro illegale; lavoro nero e pericoloso che si alimenta anche della povertà diffusa (tra gli immigrati ma non solo, come è sempre successo in tutti i paesi e in tutte le storie) e emarginazione sociale; caduta delle soglie della convivenza per la scomparsa di certezze sul presente e sul futuro; comportamenti violenti nella vita quotidiana minuta (nei locali, nel traffico, nelle scuole).
Non è sociologia (e che ci sarebbe di male, poi?) né giustificazionismo: sono questi i grandi blocchi di questioni cui mettere mano e rimandano alla necessità di pensare e praticare una politica alta – nella ispirazione, nella proposta, nei programmi – che possa iniziare a cambiare lo stato delle cose presenti e che, anche per questo, possa tornare ad essere uno dei punti di riferimento per una società più civile perché ha ragioni e strumenti in cui riconoscersi.
Tuttavia un problema enorme è tutto di fronte a noi. E’ passata l’idea che sia possibile fare giustizia da sé. E’ cresciuta la insofferenza perché comportamenti pubblici e poteri istituzionali hanno “fatto campagna”, perché invece di perseguire i reati si sono additate le etnie o le culture, perché la necessaria attenzione alla sicurezza delle persone – e in particolare quelle più in difficoltà perché sole o anziane – ha dato il via a tante parole e decisioni che rendono le nostre città un luogo di esasperato controllo.
Le cose sono più complicate delle ordinanze dei sindaci, soprattutto quando ci sono poi gli scoppi – nemmeno più tanto improvvisi e nemmeno isolati – di violenza privata.
Vogliamo parlare della legalità, delle condizioni indispensabili per assicurarla e garantirla. Vogliamo contribuire a ricostruire un clima di fiducia e collaborazione, tra le persone e nei luoghi della vita civile – dal quartiere allo stadio. Vogliamo che siano prevenuti e repressi i reati, rafforzando i corpi dello Stato e non con (piccole) parate di pura apparenza.
Ricostruzione del tessuto civile e ricostruzione delle città, non come aggregato di costruzioni ma come insieme delle persone che vi abitano, vi lavorano e cercano un presente ed un futuro, come luogo delle opportunità e dei diritti, come luogo dei doveri dei cittadini e dei poteri pubblici e privati: questo è quanto pensiamo e per cui vogliamo impegnarci, insieme a molti altri, partiti, associazioni, sindacati, soggetti collettivi e individuali.
Milano, 15 settembre 2008

in ricordo di Stefano Rosso

il video amatoriale "una storia disonesta",girato in occasione del Concerto di Stefano Rosso alla Festa di Liberazione del 2006 a Collerolletta


Stefano Rosso è morto a 59 anni. se ne va un altro grande interprete della musica d'autore italiana.famoso soprattutto per il ritornello "che bello, due amici una chitarra e lo spinello...", ha scritto altre bellissime canzoni, tra cui "letto 26", "Valentina" e "odio chi?"

sabato 13 settembre 2008

martedì riunione SD Terni



martedì 16 alle ore 17.30 presso il Class Hotel (Tulipano), RIUNIONE Sinistra Democratica Terni.
seguirà cena di sottoscrizione
la partecipazione è aperta a tutti!
info: 393/9212082

domenica 7 settembre 2008

Un nuovo inizio per il futuro della sinistra italiana

Si è riunita il 5 e 6 settembre la Direzione Nazionale di Sinistra Democratica, due giorni di discussione intensa e approfondita sulla base di una analisi della situazione politica, degli impegni che ci attendono, e delle scelte che dobbiamo compiere nelle prossime settimane, tracciati da Claudio Fava nella relazione introduttiva. Moltissimi gli interventi delle compagne e dei compagni dell’organismo dirigenti che si sono confrontati, anche con una riflessione che Mario Tronti ha voluto dare al confronto. I lavori si sono conclusi con l’approvazione di un Documento che qui pubblichiamo.

1. La ripresa politica vede l’Italia di fronte a crescenti contraddizioni, squilibri e ingiustizie che da tempo ne frenano lo sviluppo -non soltanto economico ma sociale e ambientale- ma che ora vengono pesantemente aggravate dal procedere spedito di questo governo verso la rapida attuazione del suo programma.
In soli pochi mesi, disponendo di una larga maggioranza parlamentare e attraverso un uso distorto delle procedure istituzionali come delle norme costituzionali, la destra al governo sta mettendo in discussione i due pilastri fondamentali che reggono la vita democratica di un paese, l’equità sociale e i diritti civili. Tanto le importanti conquiste consolidate nel corso di decenni di vita e di lotta democratica, quanto le reali possibilità di attuare quelle vere riforme di cui l’Italia ha sempre più bisogno.
Questo riguarda fondamentali beni pubblici che segnano la qualità dello stato sociale di un paese e su cui si misura la vita quotidiana di donne e uomini: salute, istruzione e formazione. La scuola italiana è con questo governo sotto un attacco che svilisce la qualità educativa e pedagogica da trasmettere alle ragazze e ai ragazzi, umilia il lavoro di tanti insegnanti capaci, e quindi crea distacco tra società, famiglie e istituzioni scolastiche. E riguarda ancor di più la realtà attuale del mondo del lavoro oggi nel nostro Paese: perdita di centralità, precarietà persistente, condizioni materiali di lavoro sempre più insicure e pesanti, salari da troppo tempo fermi e troppo bassi, volontà di ridurre l’azione e il ruolo della rappresentanza sindacale.
2. E tuttavia l’azione devastatrice di questo governo non incontra ancora, a diversi mesi ormai dal voto di aprile, un’opposizione politica capace di resistere agli attacchi della destra e di indicare la possibilità di diversa prospettiva politica per l’Italia.
L’opposizione non solo tarda a organizzarsi, ma corre il serio rischio di presentarsi divisa, chiusa nel recinto, largo o angusto che sia, delle diverse logiche identitarie, incapaci di produrre quell’ampia, diffusa, forte partecipazione unitaria che l’opposizione deve avere oggi in Italia se vuole essere efficace e rialzare la testa di fronte ai colpi di questo governo.
E’ per questo che Sinistra Democratica – nata non già come ennesimo partito politico ma come movimento politico che ha il principale obiettivo di unire la sinistra e costruire un nuovo centrosinistra per governare l’Italia – ritiene si debbano individuare i punti essenziali di una comune piattaforma, quegli stessi su cui le azioni del governo rendono ogni giorno più pesante la vita materiale di tanta parte della popolazione, e si debbano dare segnali inequivocabili di unità e di mobilitazione prima di tutto nei suoi territori.
Ed è per questo, quindi, che Sd non condivide l’ipotesi di svolgere, ad ottobre, diverse e distinte manifestazioni dell’opposizione nel paese, incapaci nei fatti di parlarsi, con l’unico risultato di lanciare un messaggio identitario e di divisione ulteriore. Troppo poco di fronte ad una realtà così pesante e troppo poco anche di fronte agli insegnamenti che tutti dobbiamo trarre dalle divisioni e dagli errori che hanno segnato, in tutto il campo del centrosinistra, l’ultima campagna elettorale.
Ecco perché noi riteniamo necessario costruire una piattaforma e una mobilitazione del’’opposizione. E’ così che si può mettere in moto una doppia speranza. Che un’opposizione finalmente c’è, si organizza, mobilita soggetti e coscienze, unisce. E che da una simile opposizione si può partire, certo in un percorso ancora aperto e difficile, per costruire un nuovo centrosinistra per il governo dell’Italia.
Noi intendiamo lavorare per questo semplice, ma fondamentale obiettivo e ci rivolgiamo a tutti gli interlocutori del centrosinistra come alle tante diverse realtà in ogni parte del territorio del paese che chiedono segnali di speranza e di risposta politica efficace.
3. La nostra prospettiva politica già delineata a Chianciano pochi mesi fa e ribadita nel corso dei lavori della nostra Direzione, guarda alla Costituente della sinistra italiana come all’unica reale possibilità di mettere in moto un processo che da subito e già nelle elezioni amministrative ed europee indichi la strada per dare all’Italia quella sinistra politica che oggi non ha più. Dotata di autonomia culturale e organizzativa, di cultura di governo, di profilo europeo, capace di ridare centralità al valore del lavoro e alla laicità dello Stato.
Sarà un percorso lungo nel tempo ma che occorre avviare ora. Ecco perché guardiamo all’incontro del 20 settembre, al quale parteciperanno autorevoli figure rappresentative della sinistra nella cultura, nel sociale e nel mondo del lavoro, della politica e dei movimenti, come all’occasione che, dopo la sconfitta elettorale e gli esiti dei diversi congressi dei partiti di luglio, metta in moto un nuovo inizio per il futuro della sinistra italiana.

Viterbo, sabato 6 settembre 2008

mercoledì 3 settembre 2008

contro il licenziamento di Dante De Angelis



clicca qui per firmare la petizione

Le FS hanno licenziato il macchinista/RLS
Dante De Angelis. L'aver esercitato il diritto di critica ed il ruolo di scrupoloso RLS è costato, ancora una volta, il posto di lavoro a Dante De Angelis, macchinista in forza al deposito locomotive di Roma S. Lorenzo. Con questo atto la Società vorrebbe chiudere la bocca ad un delegato che ha osato mettere in evidenza le possibili lacune, ammesse anche dallo stesso AD Moretti, che hanno determinato lo spezzamento di due Eurostar nell'arco di 10 giorni. Con questa azione, che segue quella degli 8 licenziamenti di Genova ai danni di operai che avevano già terminato l'attività di manutenzione programmata il gruppo dirigente delle FS spa apre uno scontro senza precedenti contro i lavoratori delle FS, ai quali si chiede di tacere anche quando, nel ruolo di RLS, hanno l'obbligo di segnalare ogni possibile elemento di rischio che possa pregiudicare la sicurezza dei lavoratori, dei treni e dei cittadini che ogni giorno li usano con fiducia.
Dopo le abbuffate di ipocrisia (precedenti la stesura del Testo Unico) che lo volevano al centro di un sistema virtuoso tendente al progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, il ruolo del RLS, col licenziamento di Dante De Angelis, torna a essere quello delle origini: scomodo e, quindi, da ridurre al minimo, al silenzio. In più, Dante è stato licenziato perchè ha posto al servizio della collettività, dei cittadini-viaggiatori, la propria esperienza, una sorta di garanzia che, per qualità del servizio ferroviario, si potesse contare soprattutto sui diretti artefici: i ferrovieri stessi.
Per questo abbiamo tutti il dovere di rispondere in modo adeguato a questa sfida, richiedendo il reintegro immediato di Dante De Angelis.

sabato 30 agosto 2008

Le morti bianche sono l'unica emergenza sicurezza

L'Adesione di Sinistra Democratica alla "Carovana" promossa da Articolo 21

dichiarazione di Claudio Fava

E’ vero, in Italia esiste un problema di sicurezza. Che però non si affronta né con i militari né prendendo impronte a bambini rom. Sono d’accordo con gli amici e le amiche di Articolo 21 e con quanti hanno promosso la “Carovana per il lavoro sicuro”: quella contro le morti bianche e gli incidenti sul lavoro è la vera emergenza sicurezza. Di più: è un'autentica guerra culturale, sociale e politica. Culturale perché la riduzione del lavoro a pura merce, come accade ormai da almeno vent'anni, considera morti e feriti un'inevitabile contabilità, sociale perché i costi per la collettività - non considerando quelli individuali delle vittime e delle loro famiglie che non sono quantificabili– sono davvero elevati, infine politica perché leggi e provvedimenti sono strumenti indispensabili a combattere questa battaglia.
I provvedimenti del Governo Berlusconi vanno esattamente nella direzione opposta. La defiscalizzazione degli straordinari, anzitutto, non affrontando affatto la questione salariale, costringe lavoratori e lavoratrici a turni massacranti per portare a casa qualche euro in più. E poi il decreto 112, appena approvato con la manovra economica di fine luglio, che aumenta precarietà e insicurezza, a cominciare dalla cancellazione della legge contro i licenziamenti in bianco. Insomma un Paese consapevole delle vere priorità per il proprio futuro non può che fare della dignità del lavoro e quindi della sicurezza del lavoro il proprio impegno fondamentale. Per questa ragione Sinistra Democratica aderisce alla “Carovana” promossa da Articolo 21, e al tempo stesso ritiene che - a partire da questa iniziativa - si debba dare vita ad una grande campagna di mobilitazione che veda tra i protagonisti, oltre ai soggetti della politica e della società civile, anche il mondo dell’informazione senza il quale le speranze di successo sono davvero poche.

giovedì 28 agosto 2008

Un campus per la "decrescita felice"

«Ce n'è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidità di ciascuno». Una frase di Ghandi che ben riassume la tragedia che ci troviamo a vivere, la cui consapevolezza, fino a qualche anno fa ristretta a una cerchia ridottissima di economisti, accademici e scienziati, si va ogni giorno di più allargando, anche grazie a iniziative come quella del Parco Regionale dei Monti Lucretili - "Sarà per amore o non sarà?" -, consigli su come agire il cambiamento dati dai massimi esperti italiani della decrescita e messi in pratica in un campus-laboratorio fino a domenica 31 agosto. Il cambiamento è inevitabile, grazie alla fine del petrolio e alla drammatica erosione dei beni comuni, come acqua, aria e terra. Bisogna imparare a fronteggiarlo, non come un nemico o un triste ritorno al passato, ma come un'occasione da non perdere per acquisire nuovi occhi, occhi felici, come la decrescita che viene proposta in lavori di gruppo, escursioni guidate, laboratori pratici.

Da decolonizzare, come sottolinea Peter Berg, c'è anche e soprattutto il nostro immaginario: «La nostra generazione è stata allevata con un mito che, nell'ultimo secolo, ha fondato l'immaginario sociale: il mito della crescita». Questa credenza, cui è connessa l'idea di uno sviluppo illimitato, ha portato con sé le parole d'ordine della massimizzazione della produzione, dei consumi e dei profitti fino a consegnarci all'attuale religione del mercato globale. Eppure, di fronte alla percezione crescente dei limiti sociali ed ecologici dello sviluppo, del degrado indotto dai processi di mercificazione della vita, della crescente conflittualità internazionale attorno alle risorse fondamentali, oggi comincia a farsi strada l'idea che per imboccare sentieri veramente alternativi sia necessario proprio rimettere in discussione il mito fondativo. Almeno questa è la scommessa dei bio-campeggiatori. «È possibile oggi decolonizzare il nostro immaginario e provare a pensare una società non improntata a uno sviluppo fine a se stesso. Il rifiuto di indicazioni chiare su come fronteggiare la crisi planetaria è deludente e pericoloso» dicono gli organizzatori degli incontri. Del resto battaglie per l'uso e l'approvvigionamento di energia, limitazioni sull'acqua e altre risorse essenziali, carenza di cibo e aumento della popolazione sono già diventati la base di guerre che mettono a repentaglio approcci ragionevoli, contribuendo a squilibri ecologici sempre più vasti.


«Non si può aspettare oltre per invertire una rotta che ci porta verso la distruzione sicura e imparare a vivere integrandoci con il resto degli abitanti, vegetali o animali di questo pianeta», è allora il punto di partenza dell'esperimento del bio campus. Insomma, la sostenibilità ecologica non può continuare a essere vista come un lusso che possono permettersi solo le nazioni più ricche. Deve trasformarsi in un imperativo universale e anche un automatismo civile. «È un obiettivo essenziale per ogni società umana senza distinzioni di livello economico, localizzazione geografica o cultura», sui Monti Lucretili ne sono convinti.
Certo, imparare a trovare soluzioni a livello dell'intera biosfera può essere una meta troppo lontana da raggiungere per molte persone. Però almeno si può iniziare a capire come diventare ecocompatibili con il sistema di vita locale n el proprio luogo di residenza. Si tratta di obiettivi comprensibili e realistici, anche piccoli sforzi locali possono fare moltissimo a livello planetario.


«Due terzi delle risorse mondiali sono state sperperate, e l'ecosistema planetario non riesce più a metabolizzare le ingiurie che quotidianamente gli vengono fatte», dice il profesor Marco De Riu, uno dei relatori degli incontri. «Oggi che la razza umana vive al di sopra delle proprie possibilità, è tempo di tirare le somme, e il bilancio è drammaticamente in rosso: in anni recenti il flusso delle acque dei fiumi si è drasticamente ridotto, molti si seccano prima di arrivare agli oceani, abbiamo perso il 90% dei predatori degli oceani, il 12% delle specie degli uccelli, il 25% dei mammiferi, il 30% anfibi e la tendenza è in crescita, grazie anche al cambiamento del clima a cui non tutte le specie riescono ad adattarsi. La maggior parte degli eventi nazionali e internazionali dei quali siamo stati testimoni può essere direttamente ricondotta a cause le cui radici sono ecologiche.


Le giornate di Orvinio, dove sono previsti, fra gli altri, oltre all'intervento di Marco De Riu, quelli di Paolo Cacciari, Maurizio Pallante, autore del libro "La decrescita felice" e Raffaele Salinari, vogliono essere un punto di riferimento per conoscere le risposte pratiche - «e gioiose»- di chi ha già fatto scelte di vita diverse e vuole comunicarle a chi avverte il grande disagio di vivere questo tempo ma non sa che cosa fare materialmente per non sentirsi complice della comune follia distruttiva. La natura - dicono al laboratorio itinerante della decrescita, organizzatore dell'evento - non può essere solo un lusso da godere nei week end. Perché non si può mangiare il denaro. Né si può bere il petrolio.


Campodecrescita@gmail.com per informazioni 3382144489

mercoledì 27 agosto 2008

Il governo? Prepara la riduzione dei salari


di Alfiero Grandi*
I dati sulle entrate fiscali dei primi 6 mesi del 2008 rivelano tendenze preoccupanti. Anzitutto è ripresa l’evasione fiscale.
Le minori entrate fiscali derivanti dall’IVA non sono tutte attribuibili alla riduzione dei consumi. I consumi interni sono sicuramente in calo ma non del 7 % come il Governo dichiara per l’IVA del mese di luglio, del resto nei primi 6 mesi del 2008 c’era ancora un aumento dell’IVA del 2,6% e quindi il dato di luglio appare strano. Per di più i prezzi sono in aumento di almeno il 4% e quindi almeno per effetto dell’inflazione l’IVA dovrebbe comunque aumentare almeno un poco. La spiegazione di questa incongruenza o è dovuta a confronti tra periodi non congrui, o è da attribuire a versamenti IVA inferiori al dovuto che non si spiegano con il rallentamento dell’economia e dei consumi. In altre parole è ripresa l’evasione perché l’IVA è un termometro sensibilissimo della lealtà fiscale dei contribuenti. Cresce il divario tra i settori dell’economia e tra i redditi
Naturalmente se le dichiarazioni dell’IVA diminuiscono anche il resto delle dichiarazioni fiscali dei settori dell’economia diminuiscono di conseguenza. Questa è infatti la tendenza dell’IRES e dell’IRAP.
Nei primi 6 mesi del 2008 i versamenti dell’IRES da parte delle imprese sono diminuiti del 15%, pari a meno 2 miliardi e mezzo di euro, mentre l’IRAP è diminuita del 5,9%, pari a 750 milioni di euro.
In totale le imprese nel primo semestre 2008 hanno versato 3 miliardi di euro in meno.
La riduzione del cosiddetto cuneo fiscale/contributivo interviene solo sull’IRAP, mentre la riforma dell’IRES era prevista a saldo zero. Quindi i risultati resi noti dal Ministero dell’Economia sono il risultato di imprese, ecc., che evidentemente hanno interpretato il risultato elettorale come un ritorno all’antico.
Nel 2006 la vittoria del centro sinistra aveva dato una sterzata alle entrate prima ancora dell’approvazione dei provvedimenti per la lotta all’evasione.
La vittoria della destra ha evidentemente dato il segnale opposto e c’è chi ha pensato che fosse arrivato il momento di darsi una calmata nei versamenti fiscali. Il lavoro dell’Amministrazione fiscale continua ma è evidente che il messaggio politico arrivato a settori dell’economia italiana è che si può tornare all’antico vizio dell’evasione.
Cresce il prelievo fiscale sui lavoratori dipendenti e i pensionati.
L’inflazione è una tassa occulta e ingiusta che grava essenzialmente sui redditi fissi e subalterni, ma oggi c’è qualcosa di più.
Le imposte dirette sono aumentate del 4,1% nei primi 6 mesi del 2008 ma l’IRPEF è aumentata del 9,3% e in particolare il prelievo fiscale sui lavoratori dipendenti del settore privato è aumentato del 10,5%, sui dipendenti pubblici del 7,9%. In altre parole la tenuta delle entrate fiscali è essenzialmente sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che hanno la trattenuta alla fonte e questo aggrava la crescente divaricazione tra i redditi.
Il prelievo fiscale sui lavoratori dipendenti privati e pubblici è aumentato in 6 mesi di almeno 6 miliardi di euro, ben sopra l’inflazione, quindi il Governo programma impoverimento e divaricazione ulteriori tra i redditi.
In altre parole è in corso anche per via fiscale una seria e pesante diminuzione del potere di acquisto dei lavoratori e questo nel momento in cui occorrerebbe aiutare la ripresa della domanda interna per cercare di compensare, almeno un poco, il rallentamento dell’economia.
La priorità oggi è intervenire a sostegno dei redditi da lavoro dipendente e da pensionati, già in sofferenza da tempo, con sgravi fiscali.
Altri redditi hanno la possibilità di sfuggire al prelievo fiscale, i lavoratori dipendenti no e quindi per alleggerire il peso fiscale su questi redditi occorre ridurre le tasse a loro favore. Sono già disponibili più di 4 miliardi e quindi le risorse per un primo intervento ci sono. Queste risorse sarebbero sufficienti per attuare quanto previsto dalla finanziaria 2008, tuttora in vigore, riducendo il peso fiscale sui lavoratori dipendenti e dando un poco di respiro alla domanda interna.
Il Governo non vuole intervenire e ha rinviato ogni decisione a un futuro imprecisato. Del resto il DPEF prevede che fino al 2011 non ci saranno sgravi e quindi le entrate fiscali aumenteranno grazie al prelievo crescente sui redditi da lavoro e da pensione.Questa scelta sconta un aumento dell’iniquità sociale e rinvia la ripresa economica. Già nel periodo 2001/2006 la destra ha puntato tutte le sue carte sulla speranza della ripresa economica internazionale e sappiamo com’è andata a finire. Perché il Governo non decide interventi a sostegno dell’economia in emergenza, a partire dai lavoratori dipendenti ?
Tremonti ha altre priorità, anche a costo di scontare un rallentamento dell’economia italiana e inevitabili tensioni sociali. Tremonti non può pensare seriamente che il potere d’acquisto dei lavoratori possa essere difeso dalla riduzione fiscale sugli straordinari. Quindi ? Sono rivelatrici le dichiarazioni di Bossi sull’ICI, solo apparentemente disarmoniche, ma che fanno capire che è sul tavolo il problema del finanziamento del federalismo fiscale. Infatti Tremonti sta facendo scorta di risorse e sarebbe una sottovalutazione pensare che lo fa solo perché non vuole dispiacere all’UE.
L’accumulazione di risorse, la cui esistenza viene negata perfino agli altri Ministri, viene fatta in vista dei problemi finanziari che si porranno tra poco per il federalismo fiscale e l’autonomia dei comuni. La Lega condiziona l’appoggio al Governo al federalismo fiscale e per arrivarci occorre rispondere non solo alle richieste delle Regioni del Nord ma anche a quelle del Sud, sempre più in allarme. E’ il contrappasso della vittoria elettorale della destra che è avvenuta in Lombardia ma anche in Sicilia e anche a Roma. Quindi o non si fa nulla, e il Governo rischia di brutto, oppure occorrono ingenti risorse perché il federalismo è destinato a costare caro, pur con tutte le prudenze attuative possibili.
Il Ministro dell’Economia "risparmia" ad ogni costo perchè tenta di mettere il Governo al riparo dalle imboscate della Lega e mette nel conto un ritardo nella ripresa economica e un impoverimento dei lavoratori.
La vita del Governo prima di tutto.

*della Direzione di Sd